
Fino al prossimo 26 aprile, la galleria Simòndi di Torino ospita la personale di Francesca Ferreri (Savigliano, 1981) dal titolo “Endless Repairs”. Letteralmente il titolo sta per riparazioni infinite, o qualcosa del genere: indica il tentativo di porre rimedio a qualcosa, in un movimento continuo fatto di continui aggiustamenti e sistemazioni.
Il progetto espositivo prende le mosse da un’esperienza concreta che ha coinvolto personalmente l’artista, e la sua famiglia, qualche anno fa. Nel corso di una torrida estate, l’artista e i suoi cari contraggono il covid. Lo stato di malessere è altissimo, così come la febbre che brucia nel corpo, mentre la temperatura esterna non accenna a diminuire. È in questo momento che nasce il progetto, in una prima fase con una serie di disegni che hanno per tema lo stato di infiammazione corporea e poi con una serie di opere tra scultura e installazione. La ricerca, così, si trasforma subito in qualcosa di una più ampia portata simbolica. Lo stato infiammatorio, come reazione del corpo umano a un agente patogeno, è insieme malessere e risposta, reazione, tentativo di ristabilire un equilibrio e prendere la strada della guarigione. Stiamo parlando del corpo, ma non solo. Lo stato di sofferenza e infiammazione riguarda anche molto altro. Soffre e brucia di febbre l’ambiente, ma anche la società, la politica, lo scenario geopolitico, e ciascuno di noi.
La mostra parte da qui e proprio da qui trasforma lo spazio espositivo in qualcosa di organico, una sorta di corpo infiammato, dove serpeggia una malattia non immediatamente percepibile, ma alla quale si cerca un accomodamento, un rimedio. Uno di questi è il ricorso al salasso, reso in mostra da una struttura che attraversa idealmente le pareti della galleria e ricorda un antico strumento medico usato in tal senso.

Attraverso disegni, sculture, installazioni di fogge e colori diversi, il percorso espositivo racconta, così, il modo in cui è possibile reagire a una malattia invisibile, ma pervasiva. I livelli simbolici e di significato sono molteplici.
In primo luogo, si è detto che la galleria è trasformata in questa sorta di corpo reattivo, e quindi vitale, che richiama l’idea della materia, non tanto nella sua passività e ricettività, quanto come capace di reazione, in un meccanismo di autoriparazione e autorigenerazione che non è sempre indolore. E qui mi permetto un’interpretazione personale. Viene in mente la Chora di Platone nel Timeo, di cui ha discusso il filosofo francese Derrida in un saggio apparso tra la fine degli anni ottanta e i primi anni novanta del 900. Per Platone tra mondo delle idee e mondo della materia non poteva esserci un vero contatto generativo, perciò andava ipotizzato qualcos’altro, in grado di fare spazio, dare luogo alla connessione e quindi alla nascita di tutte le cose. La Chora, per Platone, è proprio questo terzo elemento, né mera idea, né sola materia, bensì sostrato materiale capace di creare spazio, di fare spazio all’essere e al suo generarsi. È dunque materia attiva, ricettacolo, più che ricettiva, di tutto quanto si crea e accade. In altre parole, è dal regno tutto femminile della Chora che viene la capacità di cambiare le carte in tavola al corso degli eventi, a rispondere non come fa un reagente chimico in una provetta, ma nel senso del dare risposta responsabile e perciò gravida di conseguenze.
Lo stato di flogosi evocato da Francesca Ferreri fa venire in mente la capacità reattiva di questo terzo e misterioso elemento platonico. Siamo nel raggio d’azione della Chora, né pura materia, né mera entità ideale, e la risposta sarà portatrice di effetti imprevedibili, perché non banalmente reattiva, ma capace di fare spazio a nuove possibilità.
Tuttavia l’elemento ideale, nel senso di intellettuale e teorico, nella mostra non è assente. Anzi è presente e non potrebbe essere più esplicito.


Un’installazione posta nella sala centrale della galleria, consta infatti di una sorta di piccolo paravento, dove si cela un breve scaffale su cui è appoggiato un libretto d’epoca. La copertina porta la data 1882 (un secolo e un anno prima la nascita dell’artista), l’autore del testo nientemeno di Immanuel Kant. Si tratta della traduzione italiana di una lettera scritta da Kant nel 1797, meno di dieci anni prima della sua morte, in risposta e a commento di un saggio di Christoph Wilhelm Hufeland, un medico tedesco celebre per i suoi studi sulla longevità umana. La lettera di Kant divenne un saggetto che porta il titolo (degno di Lina Wertmueller): Il potere dello spirito risultante dalla semplice volontà di padroneggiare le proprie sensazioni nervose.
In quelle pagine, Kant difende la filosofia come strumento a suo dire efficacissimo per dominare il corpo e le sue “sensazioni morbose” per mezzo della “volontà”. Per Kant, insomma, un retto comportamento morale capace di porre un freno agli egoismi individuali, unito ad abbondanti e costanti studi filosofici non farebbe bene solo allo spirito, ma anche alla salute e longevità del corpo. Addirittura, la filosofia permetterebbe di curare in modo morale la fisicità dell’uomo, con tutti i suoi stati infiammatori, allenando a padroneggiare le sensazioni nervose e, c’è da dire, a comprenderle.
Kant, come si è detto, morì qualche anno più tardi, nel 1804, probabilmente di una malattia neurovegetativa. Il che è quasi ironico, e tuttavia il suo pensiero nella sua totalità, che in questo saggetto è così saldamente affezionato alle capacità salvifiche della filosofia, non cesserà mai di ispirare l’umanità intera.
La presenza di questo libretto nella mostra di Francesca Ferreri, come direbbe il filosofo di Konigsberg, dà molto da pensare e insieme appare come una piccola provocazione. Di certo, però, anche la filosofia è un modo possibile per reagire allo “stato infiammatorio”, trovare un accomodamento, una risposta, una soluzione. O almeno per provarci.
Allora, dal livello fisico del corpo infiammato è poi facile alzare lo sguardo e spostarsi su un piano metaforico. Il mondo in cui viviamo dà costanti segno di infiammazione, di malessere, neanche tanto malcelato. E noi siamo qui, a cercare accomodamenti, risposte, vie d’uscita, possibili soluzioni. Ferreri però non ardisce una risposta, una soluzione, si concentra piuttosto, così come deve fare l’arte, sul porre la domanda. E lo fa in modo fisico, sensuale, molto concreto, con colori accesi, forme inattese, rimandi da indovinare. Così la mostra funziona piuttosto come la fotografia di uno stato, di una situazione. Il corpo fisico, come l’ambiente, ma anche come il mondo stesso, da una prospettiva geopolitica, soffre di uno stato di infiammazione e cerca rimedi, risposte. Le troverà? Le troveremo?