
Totale e totalizzante. Sono i primi due aggettivi che immediatamente occupano la mente allorquando, varcata la soglia, si viene avvolti/travolti dalla prima grande opera realizzata da Fabrizio Ajello negli spazi espositivi di Villa Rospigliosi di Prato
Presentata da ChorAsis e curata da Silvia Bottani, Niente di grave è, in realtà, una grande installazione divisa in tre atti, che mutua il proprio titolo da una frase del romanzo Il giardiniere e la morte di Georgi Gospodinov. Tre parti tenute insieme non solo dalla biografia intima dell’artista, ma anche dalla sua volontà di dare forma a ricordi e a particolari momenti del suo quotidiano.
Il risultato è una sorta di grande “affresco” steso sulle pareti bianche della prima sala. O meglio, un immenso disegno a matita, pieno di figure e rimandi, che si stende sui muri, come una sinopia, base di quegli immensi cicli, anche musivi, stesi soprattutto nelle cattedrali e nei palazzi nobiliari medievali. Quegli stessi cicli che, sicuramente, nella sua infanzia palermitana, lo hanno accompagnato nel corso della sua crescita. Perché, nell’indistinta folla di figure, che altresì rievocano miniature nonché i primitivi fiamminghi, quando lo sguardo si verticalizza, riesce a mettere a fuoco gli infiniti rimandi, dal Trionfo della Morte al Giudizio Finale. Elementi che fanno parte del suo bagaglio formativo e si intrecciano al vissuto personale.

Infatti, il tutto, prende avvio da un sogno. Tra le presenze di questa visione onirica, c’era anche il padre scomparso. Da questo spunto, Fabrizio Ajello sviluppa così una ricerca molto più ampia, in cui fonde religiosità, attualità. Con un grande intento inclusivo, che si materializza anche mediante la partecipazione di collaboratori cui Fabrizio Ajello ha lasciato la piena libertà stilistica nel trasferire i bozzetti, da lui realizzati nel tempo, sulle pareti. Bozzetti raccolti in numerosi quaderni per i quali, in alcuni passaggi, si è supportato con l’AI, per armonizzare il tutto e per ibridare quanto da lui elaborato con il possibile sviluppo predisposto dal sistema artificiale.

Un grande lavoro che fa riflettere e ci interroga, non solo sul ruolo delle immagini, ma anche sul rapporto che abbiamo con esse e su quanto siano entrate nel nostro immaginario collettivo, costruendo quell’insieme di rappresentazioni della collettività. Così, è particolarmente attrattivo lasciarsi assorbire dall’intreccio delle linee e perdersi nelle loro curve, picchi, angoli, in una lenta individuazione di significati e immagini, sollecitando, in ognuno, il personale bagaglio culturale, slittando, in questo modo, dalla dimensione personale a quella collettiva.
Ma, come i sogni sono qualcosa di effimero, altrettanto lo è l’immenso disegno murale, che lentamente sarà cancellato durante il periodo della mostra, riportando le pareti al loro stato originale. Tutto viene attraversato dall’inquietante ronzio del piccolo motore del drone fermo in volo ad una determinata altezza. Un fruscio che, dall’originale aspetto ludico, è ora avvertito come minaccioso per l’attuale utilizzo bellico. Quindi, un occhio che controlla e osserva quello che facciamo, tutti i nostri movimenti. Un controllo di cui, però, non ci è dato conoscere l’identità.

Al contempo, sembra fare la guardia alla piccola tavola (appena 31×42 cm), realizzata col legno di un vecchio armadio della famiglia Rospigliosi, sulla quale è stato apposto un cliché tipografico su cui l’artista ha tracciato, come una sindone, un volto echeggiante quello di Cristo.
Come la prima sala prende avvio da un sogno sul padre, la terza si conclude con un piccolo disegno, l’ultimo realizzato, appunto, dal padre, prima della sua scomparsa. Quella scomparsa simboleggiata anche dalle tre scale di legno sospese che, nel richiamare la Deposizione, attesta un’assenza, quella della figura paterna.









