
“Lee Miller – Opere 1930-1955”, presenta attraverso 160 immagini tra gli anni Trenta e Cinquanta, provenienti dai Lee Miller Archives, momenti inediti di vita e di ricerca artistica della fotografa americana più affascinante del Novecento, a Torino presso CAMERA Centro Italiano per la fotografia, a cura di Walter Guadagnini
L’esposizione coincide con il decennale dell’istituzione, e si snoda intorno ad un vitale intreccio tra vita e lavoro di una personalità fuori dagli schemi, abituata a stare davanti all’obiettivo fin da bambina, quando posa per il padre Theodore Miller, ingegnere e fotografo per passione, nelle prime fotografie stereoscopiche.
A vent’anni Miller incanta i fotografi di moda per la sua algida bellezza, e si mantiene come modella per Vogue, che la trasforma in una icona di stile, come rivelano gli scatti in mostra di ritratti in primo piano e del suo corpo statuario. Alla fine degli anni Venti lascia l’America per Parigi, dove incontra e seduce Man Ray, quando Miller diventa sua assistente, musa e amante, da cui apprese moltissimo, perfezionando la tecnica della solarizzazione, e a collocare i soggetti in una dimensione onirica; poi, finita la relazione, resteranno amici.
Miller, come le sue amiche orbitanti nella cerchia del Surrealismo – Leonora Carrington, Dora Maar, Dorothea Tanning e Nusch Éluard – è sempre stata uno spirito indomito, che ha vissuto liberamente amori, viaggi, incontri, capace di fare scelte coraggiose per una donna del suo tempo, che ha intrecciato la sfera intima con la necessità di rinnovarsi attraverso il suo lavoro.

L’esposizione torinese apre i festeggiamenti per i 10 anni di Camera, centro culturale attivissimo nell’ambito della fotografia, che per il 2026 ha in programma mostre e focus di approfondimento sulla fotografia ancora tutta da esplorare, soprattutto se le autrici sono ancora sconosciute al grande pubblico.
Dalle prime sale, scatto dopo scatto, entriamo nel vivo di una donna dalla vita intensa e avventurosa, protagonista delle avanguardie artistiche della prima metà del secolo, nata nel 1907 a Poughkeepsie, nello stato di New York. Figlia unica e benestante, Elizabeth dal padre apprende i primi rudimenti di fotografia; poi, spinta dalla necessità di studiare luci, costumi e scenografia teatrale, si trasferisce a Parigi un anno.

Nel 1927 incomincia la carriera di modella, lanciata da Condé Nast sulla copertina di Vogue, diventando in poco tempo tra le modelle più richieste delle riviste di moda, ritratta dai maestri della fotografia di moda del calibro di Edward Steichen, George Hoyningen-Huene e Arnold Genthe. Nel 1929, dopo un soggiorno a Firenze e a Roma, tornata a Parigi incontra Man Ray e prima diventa la sua modella, poi musa, amante e assistente; insieme scoprono la solarizzazione: tecnica fotografica che conferisce alle immagini un’aura onirica in linea con le visioni surrealiste.
A Parigi apre il suo studio a Montparnasse, ottenendo incarichi da celebri maison di moda, come Elsa Schiaparelli e Coco Chanel, e continua a sperimentare uno sguardo iconoclasta nelle immagini di moda. La sua personalità magnetica spicca tra Picasso, Ernest Hemingway, Cocteau, Miró, Colette, Chevalier, e la mitica Marlene Dietrich insieme ad altri artisti che diventeranno i soggetti dei suoi ritratti fotografici, diventando la protagonista dei circoli culturali parigini.
Dopo il ritorno a New York nel 1932, per mesi lavora come fotografa freelance in uno studio sulla East 48th Street fino a quando, nel 1934, sposò il facoltoso industriale egiziano Aziz Eloui Bey, e con lui si trasferisce al Cairo. Lontana dall’Europa si rigenera nel deserto che diventa il suo laboratorio creativo, dove, stregata dalle piramidi, dalle luci e dalle ombre, immortala paesaggi silenti quasi lunari, e si avvicina alla fotografia di reportage, fotografando villaggi e rovine in maniera straniante in cui natura e immaginazione si fondono in scatti dalle composizioni geometriche quasi astratte, o di resti antichi che sembrano miraggi.

Basta come esempio Portrait of Space, del 1937, tra gli scatti più iconici in mostra, in cui vediamo attraverso una rete strappata l’orizzonte sabbioso dell’oasi di Siwa. Finito il suo primo matrimonio, tornata a Parigi, Miller lega la sua vita sentimentale al secondo marito Roland Penrose, artista surrealista e collezionista inglese, sposato nel 1947, che la ritrae rilassata e sorridente in scatti “privati” in diversi momenti della sua vita quotidiana.
Nel 1939, scoppiata la Seconda Guerra Mondiale, Miller documenta l’Europa stretta nella morsa del secondo conflitto quando è a Londra con Penrose e inizia a collaborare per Vogue come freelance. I primi servizi sono ritratti di moda, poi la fotografa passa alla documentazione della vita quotidiana tra macerie e rifugi antiaerei. I suoi scatti in rigoroso bianco e nero restano in bilico tra documentazione e surrealtà di una Londra sotto bombardamenti stravolta dall’assedio nemico.
Miller ha documentato con lucidità gli effetti del raid aereo tedesco su Londra e i suoi abitanti, soffermandosi su dettagli stranianti. Nel 1942 fu accreditata come corrispondente di guerra dell’esercito americano, e trascorre i due anni successivi perennemente in viaggio, fotografando in particolare le donne impegnate in attività lavorative, sia militari che civili, sul drammatico sfondo del conflitto mondiale.
Tocca l’apice della sua carriera di fotoreporter con le fotografie del 1944, seguendo le tappe dello sbarco in Normandia degli alleati, e in particolare quelle scattate come corrispondente accreditata al seguito delle truppe americane e collaboratrice di David E. Scherman per le riviste “Life” e “Time”. Sono drammatiche le immagini documentarie in seguito alla liberazione dei campi di concentramento di Dachau e Buchenwald e dei cadaveri di nazisti morti suicidi dopo la caduta di Hitler.
Restano impresse nella memoria gli scatti incentrati sui dettagli degli ambienti degli appartamenti di Hitler a Monaco di Baviera, e in particolare quello in cui Miller posa per Scherman nella vasca da bagno dell’appartamento privato di Hitler a Monaco, con gli scarponi infangati a Dachau adagiati sul tappetino pulito, dove la vediamo emergere come una Venere bionda di una bellezza “ariana”, con sguardo ironico e determinato fisso nell’obiettivo.
Questa è tra le fotografie-icona di una donna che, al termine del conflitto, segnata dagli orrori della guerra, torna alla fotografia di moda, e provata sul piano personale da lunghi periodi trascorsi al fronte, comincia a pensare di abbandonare la fotografia, per vivere serenamente nel Sussex in Inghilterra con l’amato Roland, il figlio Antony, fino al 1977, quando si spegne il suo sguardo sul mondo dopo aver fotografato negli anni Cinquanta momenti spensierati della quotidianità di una vita spesa tra affetti e amici più cari, compagni di un tempo, accanto a giovani protagonisti della nuova scena artistica, come Lucian Freud e Richard Hamilton, a conferma della sua capacità di intercettare talenti influenti.
Nell’ultima sala spiccano, tra i ritratti di ospiti in gesti quotidiani nella sua casa inglese, quello di Renato Guttuso nell’orto, a conferma della sua camaleontica necessità di rinnovarsi nel privato e nel suo lavoro, perché uno spirito creativo continua ad esprimersi con e senza ritratti, contribuendo senza saperlo all’evoluzione del linguaggio fotografico di una donna alla ricerca, in primis, di un’armonia interiore.

Obiettivo della mostra
Di questa imperdibile mostra in omaggio alla conturbante Lee Miller, oltre al catalogo edito da Dario Cimorelli Editore, che racconta la storia per immagini di una ex modella, ex musa di Man Ray, diventata reporter capace di conservare uno sguardo anomalo sugli orrori del conflitto. Una grande fotografa che nel numero di Vogue del 1945 pubblicò uno speciale dedicato alle donne in guerra, sotto l’illuminata direzione di Audrey Withers, quando la rivista più glamour del Novecento si impegna a documentare i cambiamenti sociali in atto, denunciando a modo suo atrocità naziste e insieme la speranza di un futuro migliore in mano a donne lavoratrici, in memorabili scatti che suscitano disgusto ed empatia insieme, capaci di comunicare in drammatici primi piani il senso di una realtà dolente, in cui lo spettatore si sente coinvolto emotivamente.
Miller, tra bellezza e orrori, ha sempre vissuto con intensità, ha sempre preferito fotografare più che essere fotografata, ha scelto consapevolmente di trasformare gli incontri di vita, esperienze, gioie e sofferenze in opportunità di crescita personale, seguendo solo passioni e la curiosità per tutto ciò che non conosceva e non il successo mediatico.
Stiamo parlando di un altro secolo, quando per le donne in particolare, autodeterminazione, coraggio, autenticità, emergenza, attitudini e necessità di esistere si identificava con il proprio lavoro.










