
Torino continua a investire nella cultura fuori nelle piazze, vie e quartieri con “Luci d’Artista” e dentro i suoi palazzi storici, dove anche gli arredi e gli ambienti sono opere d’arte che raccontano il nostro patrimonio storico-artistico, come si scopre per esempio nel Museo Palazzo Accorsi – Ometto (via Po, 55) aperto nel 1999 da Giulio Ometto: è il primo museo di arti decorative in Italia nel suo genere. Passeggiando nelle 25 stanze del sontuoso palazzo tra specchi, rifiniture dorate, porcellane, orologi e oggetti d’arredo del Settecento e Ottocento legati al Piemonte e alla Francia, troviamo ben custodita l’eredità dell’antiquario Pietro Accorsi e quella di Giulio Ometto, che, per testamento, è di proprietà della Fondazione Accorsi. Ripercorriamo la storia e il gusto raffinato degli antiquari in tremila oggetti, suddivisi in oltre trecento opere d’arte tra mobili, ceramiche, cristalli di Baccarat, argenti, tabacchiere, porcellane Sèvres, arazzi e dipinti del Settecento e tanto altro, che rispecchiano il gusto e lo stile rococò in mobili dai colori chiari e dalle linee morbide e bombate, senza spigoli, all’insegna del piacere estetico.

Il Palazzo Accorsi-Ometto è anche sede d’importanti mostre volte a indagare i linguaggi artistici del Novecento, dove è in corso l’esposizione intitolata “Da Fontana a Crippa a Tancredi. La Formidabile avventura del Movimento Spazialista”, incentrata sul movimento fondato da Lucio Fontana nel 1947, e proseguito con il Secondo manifesto dello Spazialismo del 1948, firmato da Lucio Fontana, Gianni Dova, Beniamino Joppolo, Giorgio Kaisserlian, Antonio Tullier, contro le barriere tra pittura, scultura e architettura. Fontana, attraverso segni, buchi, tagli, che aprono lo sguardo verso lo spazio infinito (la quarta dimensione), è dal 1949 inventore degli Ambienti spaziali che hanno influenzato i movimenti artistici internazionali, in cui lo spazio diventa l’opera in cui si materializza il concetto di vuoto, come luogo dell’attraversamento tra le arti.
La mostra torinese, compilativa ma raffinata a cura di Nicoletta Colombo, Serena Redaelli, Giuliana Godio, con la consulenza scientifica di Luca Massimo Barbero, raccoglie in otto sezioni oscurate oltre cinquanta opere di ventiquattro artisti appese alle pareti a sfondo blu, provenienti da musei, raccolte istituzionali e private: ben illuminate, sembrano galleggiare nello spazio.
Il percorso espositivo si apre con la sezione dedicata a Lucio Fontana, didascalica ma necessaria: è il padre del Primo Manifesto Spazialista (1947), con Beniamino Joppolo, Giorgio Kaisserlian, Milena Milani, un movimento innovativo sostenuto dalla Galleria del Cavallino a Venezia, rivoluzionario a partire dalle sue tele “dipinte” prima con buchi in cui il vuoto comincia a diventare l’elemento costitutivo di un nuovo spazio cosmico, e dal 1958 con i tagli: gesti irruenti sulla tela che introducono nell’arte “Concetti spaziali”, opere monocrome chiamate Attese, che ruotano intorno alla tridimensionalità della pittura.

In particolare stupiscono le opere di Roberto Crippa, appassionato di volo, riconoscibile per vorticose e dinamiche pennellate che esplodono in deflagrazioni cromatiche straordinariamente armoniche, che includono primitivismo totemico e codici del surrealismo. È una rivelazione la sezione che indaga il cosiddetto Spazialismo milanese, rappresentato da autori diversi che inglobano surrealismo e tensioni esistenziali come Gianni Dova, Cesare Peverilli, Emilio Scanavino, Ettore Sottsass, Beniamino Joppolo, Aldo Bergolli, Gian Carozzi. Protagonisti della pittura astratta innovativa degli anni Cinquanta, che hanno marcato un’epoca alla ricerca di linguaggi non accademici.
La mostra mette in evidenza l’importante ruolo di Carlo Cardazzo (1908-1963), intraprendente mecenate, editore e gallerista di opere innovative che vanno oltre lo spazialismo, come quelle esposte di Sebastian Matta Echaurren, Giuseppe Capogrossi, Enrico Donati, Iarosalv Spern e di Remo Bianco, testimoni delle contaminazioni surrealiste, segniche e nucleariste che rappresentano il suo orientamento internazionale. Cardazzo, amico di Peggy Guggenheim, che cominciò ad acquistare da lui opere di artisti destinati a diventare celebri, è una figura centrale del panorama culturale italiano e internazionale del XX secolo. Dopo aver aperto nel 1942 la sua galleria del Cavallino, a Riva degli Schiavoni a Venezia, con interni progettati da Carlo Scarpa (che curerà per Cardazzo anche l’allestimento della nuova sede in Frezzeria nel 1949, e il progetto del Padiglione del Libro inaugurato nel 1950 nei Giardini della Biennale, come spazio espositivo dedicato al libro d’arte), nel 1946 Cardazzo si trasferì a Milano, dove in via Manzoni 45 inaugura la Galleria del Naviglio e si fa promotore delle ricerche informali e spazialiste. Proprio qui, nel cuore della cosiddetta “Milano bene”, tre anni dopo Lucio Fontana presenta il primo Ambiente Spaziale a luce nera, da attraversare e non soltanto guardare, e altre mostre non meno importanti in collaborazione con le principali gallerie del mondo. Nel 1955 il gallerista, editore e imprenditore dell’arte apre la Galleria Selecta a Roma, diventata attivo centro culturale fino alla sua chiusura avvenuta nel 1960.

La mostra torinese è una chicca, nel suo piccolo racconta un aspetto meno conosciuto al grande pubblico degli artisti veneziani interessati alle connessioni tra luce e colore, come Virgilio Guidi, Tancredi Parmeggiani, Mario Deluigi, Edmondo Bacci, Vinicio Vianello, Gino Morandis, Bruna Gasperini, Ennio Finzi, Saverio Rampin e Bruno De Toffoli, ed è arricchita da cataloghi, riviste e volumi preziosi delle esposizioni che hanno svecchiato l’Italia tra gli anni Cinquanta e Sessanta, in bilico tra figurazione e astrazione.

Si raccomanda di non avere fretta nell’attraversare le sale espositive oscurate per evidenziare l’importanza della luce nelle ricerche spazialiste, e di guardare il video compilativo dedicato agli ambienti spaziali / Environments di Fontana. È una carrellata di ambienti incentrati sulla volontà di superamento tra arte e architettura e sulla percezione di uno spazio effimero disegnato dalla luce. Il video è accompagnato da una composizione musicale creata dal sound designer e produttore di musica elettronica Rico Casazza.
Peccato non aver trovato citata da nessuna parte l’importante contributo di Nanda Vigo (1936-2020), artista, architetto e designer, madrina della Light Art al femminile, tornata nel 1959 a Milano dopo i suoi numerosi viaggi, quando apre il suo studio e inizia a creare i Cronotopi, progetti ambientali in vetro e neon volti ad alterare la percezione dello spazio. A Milano inevitabilmente entra nell’orbita innovativa dello Spazialismo di Fontana, con il quale inizia a collaborare dal 1962, quando in occasione della personale di “Lucio Fontana 1949-61” (presso l’International Center of Aesthetic Research di Torino), già troviamo il suo nome nel bozzetto indicato come Studio di Lucio e Nanda Vigo per Utopie del tempo libero (1964) in partecipazione alla XIII Triennale a Palazzo dell’Arte a Milano. Ebbene sì, la strana coppia procede insieme nel segno della luce, modellando architetture effimere all’insegna di una folgorante estetica cosmica, che apre le generazioni future allo sviluppo della Light Art, di casa a Torino con Luci d’Artista dal 1998.









