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Tomonori Toyofuku, un samurai contemporaneo tra Occidente e Oriente

Tomonori Toyofuku con alcuni suoi bronzi, Galleria Il Naviglio, anni Sessanta Tomonori Toyofuku con alcuni suoi bronzi, Galleria Il Naviglio, anni Sessanta
Tomonori Toyofuku con alcuni suoi bronzi, Galleria Il Naviglio, anni Sessanta
Tomonori Toyofuku con alcuni suoi bronzi, Galleria Il Naviglio, anni Sessanta
L’Atelier di Corso Como 9 ospita fino al 26 aprile una monografica di Toyofuku, artista giapponese giunto in Italia per la prima volta nel 1960

Un vero “samurai” della scultura dal potente scalpello, nonché gran cerimoniere d’arti marziali – ovvero abile spadaccino, maestro di arco e lancia –, come testimonia il grande specchio oggi esposto – fra opere lignee, fusioni bronzee, dipinti, disegni, attrezzi, fotografie e materiali documentari – in quello che fino agli anni Ottanta fu il suo atelier. A testimonianza della sua ferrea determinazione nella pratica quotidiana dell’esercizio fisico e mentale. E certamente a tutela di quel vigore che Tomonori Toyofuku applicava nella realizzazione di opere scavate nel legno con forza ed empito creativo.

Ne sono prova le foto in cui si legge riflessa proprio in questo specchio la sua figura, tesa in quelle pose ieratiche che i codici marziali e zen di kendō e iaidō impongono a controllo della postura, e nell’adempimento di perfette movenze. Toyofuku, un giapponese a Milano, tutt’altro che ignoto a chi si interessi d’arte astratta, e in particolare spazialista, quell’area in cui a partire dagli anni ’50 il gallerista Carlo Cardazzo profuse le sue ricerche e manifestò le sue capacità di talent scout e organizzatore culturale, fino al ’62, anno della sua scomparsa.

 

Tomonori Toyofuku realizza le sue prime opere astratte in legno, Milano, anni Sessanta
Tomonori Toyofuku realizza le sue prime opere astratte in legno, Milano, anni Sessanta

Già perché l’artista nipponico, di cui a novembre scorso si è celebrato il centenario della nascita con la mostra monografica “Tomonori Toyofuku. Ritorno a Milano” – visitabile presso l’Atelier di Corso Como 9, fino al 26 aprile –, a cura di Stefano Turina in collaborazione con la figlia dello scultore Natsuko, giunse in Italia per la prima volta nel 1960, esponendo tre sue opere alla Biennale di Venezia, subito acquistate da Peggy Guggenheim e dal MoMa di New York. Per poi trovare vivaci consensi, tali da essere introdotto nell’ entourage della Galleria del Cavallino di Venezia – dove espose nel ’62 – e l’anno seguente della Galleria del Naviglio di Milano, entrambe condotte da Carlo Cardazzo in collaborazione con il fratello Renato.

Tradizione plastica europea

Andiamo alle origini per raccontare la sua storia. Nato a Kurume nel 1925 (prefettura di Fukuoka), nel Giappone del Sud, Toyofuku inizialmente indirizzò i suoi studi nell’ambito della letteratura antica a Tokyo, presso l’Università Kokugakuin, ma fu presto costretto a interrompere il suo percorso dalla guerra, dove fu arruolato come pilota kamikaze. Miracolosamente sopravvissuto e divenuto discepolo dello scultore figurativo-astratto Chōdō Tominaga, che lo iniziò alle tecniche di lavorazione del legno, rimase quasi certamente estraneo alle aree di ricerca dell’avanguardia Gutai – tra astrattismo, informale e arte gestuale –, seppur fosse a conoscenza di quanto accadeva a Osaka e dintorni fin dai primi anni ’50.

Aperto un suo studio nel ’52 a Tokyo, guardò infatti soprattutto alla tradizione plastica europea: Marino Marini, Aristide Maillol, Auguste Rodin, trovando adeguato trampolino di lancio nelle ripetute esposizioni presso la Shinseisaku Kyōkai (Associazione della Nuova Creazione). Vinto il Takamura Kotaro Award nel 1959, ricevette la sua prima consacrazione con una mostra alla Tokyo Gallery. Ecco dunque giungere nel ’60 l’invito a Venezia dove presentò, fra le altre, Deriva n° 2, una figura umana che si erge da una scarna imbarcazione, ancor oggi conservata presso la Guggenheim Collection di Venezia.

 

Tomonori Toyofuku, Deriva n° 2, 1959, legno. Courtesy Guggenheim Collection, Venezia
Tomonori Toyofuku, Deriva n° 2, 1959, legno. Courtesy Guggenheim Collection, Venezia

Furono inizialmente il gallerista Enzo Pagani, proprietario a Milano della Galleria Il Grattacielo, e poco dopo i Cardazzo a convincerlo a stabilirsi in Italia: il primo con la proposta di un rapporto di collaborazione di un anno e una mostra, poi organizzata nel ’62; gli altri offrendogli l’opportunità di un contratto in esclusiva. Fu così che Toyofuku entrò nell’orbita vitalissima e prestigiosa della Galleria del Naviglio, in anni in cui in via Manzoni 45 gravitavano personalità come Lucio Fontana – già da tempo capofila degli spazialisti –, Enrico Castellani e Piero Manzoni, più giovani di qualche anno del giapponese, ma già con agganci internazionali al loro attivo: a esempio, con il Gruppo Zero. Ma non solo.

Perforazione della materia

Rapida e incisiva la metamorfosi di Toyofuku, che si immedesimò immediatamente nel clima artistico dell’epoca e trovò nella perforazione della materia l’espressione più consona sia alla ricerca spazialista milanese che alla sua stessa sensibilità. Iniziò infatti a scavare, quasi compulsivamente, cavità ovoidali nel legno – prima trattato piatto poi a tutto tondo –, aprendo sulle superfici buchi dinamicamente ravvicinati, spesso orientati in obliquo, che miravano a indagare lo spazio in profondità, dentro e oltre l’opera: verso il nulla, l’ignoto.

 

Sculture figurative nello studio di Tomonori Toyofuku, a Tokyo, fine anni Cinquanta
Sculture figurative nello studio di Tomonori Toyofuku, a Tokyo, fine anni Cinquanta

In quello stesso decennio vari gli eventi significativi della sua carriera: nel ’64 il Carnegie International di Pittsburgh e una nuova presenza alla Biennale di Venezia; nel ’65 la Biennale di San Paolo in Brasile; nel ’66 il Salon International de Galeries Pilotes Lausanne, presso il Musée Cantonal des Beaux-Arts di Losanna. E numerose le commissioni da parte di istituzioni: a esempio, grazie all’intermediazione dei Cardazzo, una sua monumentale Colonna fu posta nel ’66 nella Sala Concerti De Doelen di Rotterdam. Dal Giappone pervennero prestigiosi incarichi: sculture per il Municipal Museum of Art di Kitakyushu e per il porto di Fukuoka, nonché un’imponente fontana in pietra per Kurume.

 

Toyofuku lavora alla fontana in pietra commissionatagli dalla città di Kurume, anni Ottanta
Toyofuku lavora alla fontana in pietra commissionatagli dalla città di Kurume, anni Ottanta

Stefano Turina, esperto dei rapporti artistici intercorsi negli anni ’50 e ’60 fra Oriente e Occidente, precisa: “Straordinaria la capacità di Toyofuku di appropriarsi del ‘sentire’ dell’epoca, di passare dalla figurazione all’astrattismo per poi mixare l’uno e l’altro insieme intorno alla metà degli anni ’70, introducendo il suo inconfondibile segno in opere di suggestione antropomorfa”. Natsuko nota: “Fino al ’60 mio padre fu molto interessato alla figura umana. Quando per la prima volta venne in Europa per la Biennale di Venezia, visitò la Grecia e l’Egitto. Era affascinato dalla bellezza della statuaria greca antica”.

Nuovi materiali

Il curatore aggiunge: “La continua sperimentazione di nuovi materiali è una delle altre qualità dell’artista che passò, fra gli anni ’60 e i ’70, dal legno al bronzo, alle resine, innescando sempre nuove sfide, senza trascurare la pittura, il disegno, la litografia, la produzione scultorea di multipli e di gioielli limited edition (1/7) fusi in oro e argento presso Battaglia, fonderia con cui intrattenne un rapporto privilegiato”. Iconicamente attraversati dai varchi ovali mutuati dalla sua stessa scultura, Toyofuku diede vita a bracciali, collane e pendenti dalla tecnica raffinata che si ponevano come micro strutture in attesa di essere convertite in opere di grandi dimensioni.

 

Tomonori Toyofuku e signora Carla Cardazzo, moglie di Renato, alla Sala Concerti De Doelen di Rotterdam per la presentazione di una sua Colonna, 1966
Tomonori Toyofuku e signora Carla Cardazzo, moglie di Renato, alla Sala Concerti De Doelen di Rotterdam per la presentazione di una sua Colonna, 1966

In corso Como – tra opere di varia dimensione databili dagli anni ’60 agli ’80 – appare il pannello di legno di recupero proveniente da Venezia, che l’artista conservò sempre nel suo studio, sul quale fu da lui riportata una calligrafia di Gōchō, monaco buddhista del ’700, dall’esplicito significato: ‘spirito profondo’. “Si tratta di un’esposizione raccolta e intima, che non ha alcuna ambizione di completezza, ma che vuole essere un omaggio allo scultore, per celebrarlo nel luogo in cui più a lungo ha operato e che ha visto l’evolversi della sua produzione”, spiega Turina.

Oltre al corpus presentato oggi nell’atelier Toyofuku, alle opere conservate in musei internazionali e all’importante donazione di più di cento lavori affidata al Fukuoka Prefectural Museum of Art nel 2021, si possono trovare anche in Italia sculture dell’artista che dagli anni ’80 tornò spesso in Giappone per poi stabilirvisi nel 2003, fino alla morte avvenuta nel 2019.

 

Tomonori Toyofuku Vento, resina, anni Settanta
Tomonori Toyofuku Vento, resina, anni Settanta

Turina precisa: “Sicuramente ce ne sono varie in collezioni private, visto il solido e duraturo contratto con il Naviglio, ma, senza andare molto lontano, anche nel Museo d’Arte Moderna Pagani, parco di scultura tra Castellanza e Legnano, in provincia di Varese, ne sono esposte permanentemente. Fra gli autori qui presentati c’è anche Abe Nobuya, pittore e scultore di una dozzina d’anni maggiore di Toyofuku, suo sodale nonché amico di Fontana e Manzoni. Pur avendo base a Roma, Abe frequentava l’ambiente del Naviglio, dove espose più volte. Di certo un altro tassello da indagare per scoprire i ‘confini’ di Toyofuku, fra Italia e Giappone”, conclude Turina.

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