
“Inseguire l’inatteso”, a SPARC* di Venezia, nasce da quel punto instabile in cui l’intenzione dell’artista perde terreno e qualcosa di non previsto prende il comando. La mostra riunisce Stefano Cescon, Damiano Colombi e Alberto Scodro, tre artisti diversi per linguaggio e grammatica, ma accomunati da una fiducia radicale nell’imprevisto. Non l’imprevisto romantico, non l’errore come posa intellettuale. Piuttosto l’imprevisto come forza concreta, fisica, chimica, quasi capricciosa, che entra nel processo e lo obbliga a cambiare direzione.
I quadri di Damiano Colombi sembrano iniziare come decisioni ferme — acrilico, cera, superfici che promettono controllo — e poi lentamente deragliano. Il colore si addensa, si sposta, si ribella. La pittura non illustra un’idea: la mette alla prova. Ogni tela è il resoconto di una negoziazione andata a buon fine solo perché nessuno dei due, artista o materia, ha vinto davvero. Con Stefano Cescon il tempo diventa un ingrediente. Le sue stratificazioni in cera e paraffina crescono come se avessero memoria, come se ricordassero ogni passaggio precedente. Qui l’imprevisto non è un incidente improvviso ma una lenta deviazione, una trasformazione che avviene sotto traccia. Guardi le opere e hai la sensazione che stiano ancora cambiando, anche adesso, anche mentre sei lì. Alberto Scodro lavora invece come un geologo emotivo. Le sue sculture — silice, pigmenti, metalli — sembrano reperti di un futuro remoto o di un passato che non abbiamo vissuto. Non rappresentano la natura: ne imitano i processi. Compressione, sedimentazione, reazione. L’arte diventa un laboratorio dove il risultato finale è sempre leggermente fuori fuoco rispetto al progetto iniziale.

Curata da Luca Berta, Daniele Capra e Francesca Giubilei, Inseguire l’inatteso non racconta tre percorsi separati ma un’unica domanda che rimbalza da un’opera all’altra: cosa succede quando l’artista smette di comandare e inizia ad ascoltare? Quando accetta che esista un “punto cieco” — infinitesimale o esteso nel tempo — in cui il controllo si sospende e il lavoro prende una strada propria?
Qui l’errore non viene corretto, viene assorbito. Governato, sì, ma solo dopo essere stato accolto. È una pratica che richiede coraggio, perché implica la disponibilità a desiderare qualcosa di diverso da ciò che si era immaginato. A riscrivere le proprie necessità espressive mentre il lavoro è ancora in corso. Forse è questo il vero tema della mostra: non l’imprevisto in sé, ma l’atteggiamento necessario per inseguirlo senza addomesticarlo del tutto.

In un mondo ossessionato dall’ottimizzazione e dalla previsione, queste opere fanno una scelta controcorrente. Dicono che perdere il controllo, a volte, non è una debolezza. È una competenza.
E mentre esci da SPARC*, con Campo Santo Stefano che riprende a scorrere attorno a te come se nulla fosse, resta addosso una sensazione precisa: che anche le cose, se lasciate fare, abbiano una strana, ostinata voglia di diventare altro. E che seguirle, invece di fermarle, sia ancora una delle poche forme autentiche di libertà.









