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L’officina delle arti. Incontro con Wallace Chan

Wallace Chan nel suo studio di Zhuhai Wallace Chan nel suo studio di ZhuhaiWallace Chan nel suo studio di Zhuhai
Wallace Chan nel suo studio di Zhuhai
Wallace Chan nel suo studio di ZhuhaiWallace Chan nel suo studio di Zhuhai
Scultore e designer di gioielli, Chan riesce ad armonizzare l’attenzione alle innovazioni tecnologiche con unaa profonda spiritualità

Qui dentro c’è un rapporto molto paritario, tutti imparano e condividono le proprie conoscenze”. L’ingresso nello studio di Wallace Chan a Zhuhai ha qualcosa di teatrale. Un ambiente vastissimo, ci lavorano una quarantina di assistenti, più simile a un visionario cantiere che a un atelier tradizionale. Qui il titanio – suo materiale simbolico – prende forma tra macchinari, modelli in scala e opere che superano l’altezza di un edificio. È qui, nella Cina meridionale, che l’artista ci accoglie per l’intervista, circondato da sculture in progress che raccontano la sua idea di arte come attraversamento: della materia, del tempo, dell’esperienza umana.

Chan si muove con naturalezza tra precisione tecnica e tensione spirituale. La monumentalità delle opere che stanno nascendo in questo spazio non è fine a se stessa, ma risponde a una ricerca che da anni indaga i passaggi fondamentali dell’esistenza. Mettendo in relazione culture, simboli e rituali lontani. Lo studio di Zhuhai è il luogo in cui questa visione prende corpo su larga scala, mentre altre declinazioni del suo lavoro, più minute e preziose, trovano altrove un diverso ritmo e una diversa concentrazione. In particolare i gioielli, ambito molto praticato da Chan, con uno specifico studio a Hong Kong.

 

Lo studio di Wallace Chan a Zhuhai
Lo studio di Wallace Chan a Zhuhai
Un organismo vivente

L’incontro avviene in un momento cruciale del suo percorso. All’orizzonte si profilano due importanti appuntamenti: una grande mostra al Long Museum di Shanghai, e un progetto veneziano che, in dialogo con uno spazio sacro, porterà le sue opere in Europa durante la Biennale. Due sedi distanti, pensate come poli comunicanti di un’unica riflessione. In cui la scultura diventa contenitore di memoria, trasformazione e passaggio.

Tra strutture alte diversi metri e versioni più intime delle stesse forme, Wallace Chan racconta un lavoro che cresce per stratificazioni, come un organismo vivente. Questa conversazione nasce dunque dentro il cuore operativo della sua pratica, là dove l’idea incontra il peso dei materiali e il futuro delle opere prende forma. Prima di viaggiare verso Shanghai e Venezia…

Quanto è importante per lei il rapporto con i suoi collaboratori, acquisire competenze o condividere le sue con i lavoratori in questo spazio di creazione e crescita?
Io non ho ricevuto alcuna formazione formale in scultura o pittura. Così come non ho ricevuto alcuna formazione nella gioielleria. Per questo ho scelto di lavorare in uno studio come questo. Ci sono molti giovani, c’è qualcuno più anziano: i miei assistenti seguono le mie idee sulla base delle nostre conoscenze condivise, ma non regna il rapporto fra un maestro o un allievo. Quando lavoriamo insieme, discutiamo di ogni progetto: quando realizziamo una scultura, ci sono strutture meccaniche, elettroniche, diversi materiali da trattare. Servono profonde conoscenze, una grande abilità artigianale, e ognuno contribuisce per il suo specifico. Cresciamo insieme. Nella mia opera domina l’impermanenza, e questo si riflette sui ritmi di questo studio. Il mio percorso è costellato di fallimenti, ma dai miei errori ho imparato tanto: l’intuizione è mia, ma è attraverso incontri e collaborazioni che qualcosa di buono può nascere.

 

 

Il tema della trasformazione attraversa tutta la sua vita artistica. Quanto sono importanti le esperienze di artista autodidatta, monaco e sperimentatore di materiali nella sua pratica odierna?
Tutte le esperienze trasformano la loro vita. In Cina, quando un ragazzo si arruola nell’esercito, viene addestrato il suo corpo, ma anche il suo spirito. Io ho vissuto l’esperienza di monaco quando avevo quaranta anni, e resto convinto che la religione sia molto importante nel formare una persona. Vivere l’esperienza di monaco mi ha aiutato a trascendere, a gestire molte connessioni spirituali. A separare il corpo dalla mente, ma a connetterli su diversi livelli. Nella vita possiamo avere importanti successi, ma ci sono anche innumerevoli fallimenti. Ma questi cento fallimenti diventano il fondamento del nostro successo. Per me la creazione è un ciclo infinito di successi e fallimenti.

La mostra di Shanghai presenterà opere alte fino a dieci metri. Come affronta il ​​passaggio dalla microscala del gioiello a quella macro, e quali cambiamenti cerca nel rapporto tra l’opera e lo spettatore?
C’è una frase cinese che dice – più o meno – che, anche se stai lavorando su un gioiello molto piccolo, sei ancora nel suo microcosmo, ma stai vedendo un mondo più grande. E quando lavori su una scultura molto grande, dovrai prestare attenzione anche a tutti questi piccoli dettagli. Per me, la creazione è creazione. Non ho un diverso approccio quando le mie opere sono molto grandi, o molto piccole. La filosofia alla base è molto simile…

 

Lo studio di Wallace Chan a Zhuhai
Lo studio di Wallace Chan a Zhuhai

La mostra del 2026 si svilupperà tra Venezia e Shanghai, due città legate dall’acqua e dalla trasformazione. Come ha costruito questo dialogo tra luoghi così diversi e distanti?
Per la mia crescita, credo sia necessario esplorare contesti culturali diversi, in regioni diverse, in stati diversi. A Venezia vediamo edifici di 300 anni fa, 1000 anni fa, 1500 anni fa. La bellezza di questi edifici, i dettagli, fanno apparire lo scenario come un dipinto. Ma tutto è ancora vivo, perché Venezia è acqua. Quando si vedono le ombre proiettate nei canali, con le increspature, è come se la città stesse danzando, tutto appare in continuo cambiamento. Shanghai è diversa, si sta sviluppando vorticosamente da oltre 30 anni, gli edifici sono tutti nuovi, con pareti di vetro. Ma anche qui la città è fortemente segnata dalla presenza del fiume Huangpu. Per me, anche una singola goccia d’acqua riesce a far percepire una grande energia cosmica. Io cerco di trasmettere questo tipo di sensazioni attraverso i messaggi delle mie opere d’arte. Quindi avere due mostre in queste due città si traduce in una grande crescita in due contesti così forti.

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Wallace Chan, nato nel 1956 a Fuzhou, Cina, è un artista, scultore e designer di gioielli. Cresciuto a Hong Kong, ha iniziato la sua carriera nel 1973 come incisore di gemme all’età di sedici anni. La sua profonda curiosità e la costante sperimentazione tecnica lo hanno portato a sviluppare innovazioni rivoluzionarie nel campo delle arti applicate e della scultura, tra cui il celebre “Wallace Cut”, una tecnica di incisione tridimensionale, e l’utilizzo pionieristico del titanio in gioielleria e scultura. È inoltre l’ideatore della Wallace Chan Porcelain, una porcellana più resistente dell’acciaio, e di tecnologie per migliorare la luminosità della giada. Le sue opere sono entrate a far parte delle collezioni permanenti di prestigiosi musei internazionali come il British Museum e il Victoria & Albert Museum. Nel 2026, in occasione del suo settantesimo compleanno, Chan presenterà un progetto espositivo di grande portata che si articolerà in due sedi collegate. A Venezia, nella Cappella della Chiesa di Santa Maria della Pietà, con la mostra intitolata “Vessels of Other Worlds”, che aprirà l’8 maggio e proseguirà fino al 18 ottobre 2026 in concomitanza con la 61ª Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia. Qui saranno esposte tre sculture in titanio ispirate agli Olea Sancta, i sacri oli cattolici, accompagnate da un’installazione video che approfondisce i temi di nascita, crescita e morte. A Shanghai, al Long Museum (West Bund), aprirà il 18 luglio 2026 la seconda parte di “Vessels of Other Worlds”, con le medesime opere in titanio portate a scala monumentale (alte fino a dieci metri), creando un dialogo fra le due città d’acqua e fra le dimensioni spirituali e materiali dell’arte.

 

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