
Dai primi lavori realizzati nel Giappone alle Infinity Mirror Rooms, l’opera di Kusama si apre allo spettatore come spazio di risonanza emotiva
“Il pois ha la forma del sole, che è simbolo dell’energia del mondo intero e della vita, e anche la forma della luna, che è calma… I pois sono una via verso l’infinito”. Il motivo dei pois accompagna Yayoi Kusama fin dall’infanzia, ben prima di diventare la sua cifra stilistica più riconoscibile. In un disegno realizzato all’età di dieci anni, che ritrae la madre, compaiono già quelle forme puntiformi ossessive che in seguito invaderanno tele, sculture e ambienti immersivi. Ed è proprio quel disegno che idealmente apre la grande retrospettiva dedicata a Yayoi Kusama alla Fondation Beyeler, visibile ancora per poco prima di far posto alla mostra di Cézanne di cui vi abbiamo già parlato.

Non si tratta di un semplice elemento decorativo: per Kusama il pois nasce come manifestazione visiva di allucinazioni precoci. Esperienze percettive in cui il mondo le appariva ricoperto da macchie, reticoli, proliferazioni senza fine. Il corpo materno, primo soggetto di questa visione, diventa così uno spazio su cui il segno si deposita, segnando un intreccio profondo tra sfera intima e immaginario formale.
Nel corso della sua carriera, Kusama trasformerà quel segno infantile in un linguaggio radicale. Il pois diventa unità minima e cosmica al tempo stesso: cellula, stella, atomo, elemento ripetuto fino all’annullamento dell’individualità. Attraverso la ripetizione ossessiva, l’artista mette in scena un processo di “auto-obliterazione”, in cui il sé si dissolve nel ritmo infinito del pattern. Guardando a quel disegno dell’infanzia, il rapporto con la madre appare allora come origine simbolica di una poetica che attraversa tutta la sua opera: il tentativo di dare forma, fin dall’inizio, a un’esperienza psichica travolgente, trasformando il trauma in visione e la ripetizione in possibilità di controllo e sopravvivenza.
Un racconto fluido
La mostra della Beyeler non si limita a ripercorrere una carriera monumentale: invita piuttosto a entrare in un universo mentale in cui arte e vita coincidono fino a diventare indistinguibili. Un’esperienza immersiva e sensoriale, capace di restituire la radicalità di un pensiero che attraversa oltre settant’anni di pratica senza mai perdere intensità. Dai primi lavori realizzati nel Giappone del dopoguerra alle più recenti installazioni concepite per gli spazi del museo, il percorso rivela una sorprendente coerenza interna. Kusama non procede per svolte stilistiche, ma per ossessioni che si reiterano e si trasformano: reti, punti, accumuli e superfici specchianti diventano strumenti per esplorare l’infinito non come astrazione, bensì come esperienza psicologica e corporea.
La ripetizione, gesto fondante della sua poetica, assume qui il valore di un rito, un tentativo di dissolvere il confine tra soggetto e mondo. Le Infinity Mirror Rooms rappresentano il fulcro emotivo della mostra. In questi ambienti, lo spettatore è chiamato a perdere i propri riferimenti, a farsi parte di un campo visivo in continua espansione. L’effetto non è soltanto spettacolare: il moltiplicarsi dei riflessi mette in crisi l’idea stessa di identità, suggerendo una condizione di vulnerabilità condivisa.

L’allestimento dialoga con intelligenza con l’architettura della Fondation Beyeler e con il paesaggio circostante. Estendendo l’esperienza oltre i confini della sala espositiva. Pittura, scultura e installazione si intrecciano in un racconto fluido che restituisce la natura poliedrica di un’artista da sempre refrattaria a ogni etichetta.
Questa retrospettiva riesce così a trasformare un vissuto profondamente individuale in un’esperienza collettiva. L’opera di Kusama, nata dal confronto con l’ossessione e con il limite, si apre allo spettatore come spazio di risonanza emotiva. Più che celebrare un’icona, la mostra ci ricorda che l’infinito evocato da Kusama non è un altrove irraggiungibile, ma una presenza fragile e insistente, che continua a pulsare dentro di noi. Qui l’artista non viene semplicemente celebrata: viene attraversata.










