Print Friendly and PDF

Mario Desiati ci racconta il romanzo Spatriati

Mario Desiati ph. Marika Desiati
Mario Desiati ph. Marika Desiati

Spatriati è il secondo romanzo di Mario Desiati pubblicato dalla casa editrice Giulio Einaudi. Un romanzo sull’appartenenza e l’accettazione di sé, sulle amicizie tenaci, su una generazione che ha guardato lontano per trovarsi.

Protagonisti del romanzo di Mario Desiati sono Claudia e Francesco, due giovani spatriati, che vivono in una società fluida in cui non trovano il proprio centro. 

Gli Spatriati sono coloro che si allontanano dalla terra dei propri genitori. Dal momento che la terra in cui sono nati è il suolo dei loro avi, sentono l’esigenza di distaccarsene in cerca di una salvezza, che sia o meno illusoria. Il cuore degli Spatriati è immenso, capace di contenere l’amore per tutta l’umanità. E l’amore non si esaurisce alla passione, ma è tenerezza, è sapore di vita. Gli Spatriati sono coltivatori costanti e infaticabili, dotati della pazienza di aspettare la crescita dei semi piantati.

Gli Spatriati sono uccelli migratori, alla ricerca di un nuovo luogo dove costruire un nuovo nido.  Gli Spatriati sono falene, che escono nella notte, e vanno verso la luce.  Gli Spatriati sono animali insidiosi e striscianti, che custodiscono negli occhi la verità. Gli Spatriati sono foreste senza radici: alcuni, come Francesco, hanno le radici in cielo; altri, come Claudia, le hanno tagliate per germogliare in un’altra forma, in un’altra vita. 

Gli Spatriati sono mine vaganti, che creano caos e confusione nella monotonicità della collettività, rompono l’equilibrio della società in cui si sono formati. Gli Spatriati amano far felici le persone a cui vogliono bene, nonostante l’amarle le gravi di un peso interiore immenso, nonostante non si reputino capaci di prendersi cura delle persone che amano. 

Gli Spatriati sono coloro che fuggono, consapevolmente o inconsapevolmente, dalle cose che li hanno fatto piangere, che hanno fatto germogliare in loro dolore e incertezza. Gli Spatriati sono raminghi, non hanno un centro e non hanno, apparentemente, una meta. Io penso, però, che Francesco e Claudia, pur essendo due autentici spatriati, abbiano una meta ben precisa, o meglio un ideale, che è la libertà: libertà di essere chi si vuole essere, chi si è, senza maschere e travestimenti. C’è un momento in cui Francesco e Claudia raggiungono questa forma di libertà? La letteratura, e la lettura, possono essere ritenute l’approdo, o uno degli approdi, a questa libertà tanto ricercata?

È uno dei mezzi essenziali nella vita di ognuno di noi. La letteratura potenzia la realtà perché aumenta lo sguardo.  La libertà di Claudia e Francesco è soprattutto legata alla propria identità, loro cercano di capire chi sono e far assomigliare quel che sono con quel che fanno e quel che vivono. Come tutte le persone che cercano di realizzare i propri desideri e non le aspettative che hanno gli altri su di loro (come i genitori o la società da cui provengono i protagonisti).

 

In alcuni dialetti meridionali, spatriato significa irregolare, illegittimo, interrotto. Come se qualcosa durante l’esistenza di questi giovani non avesse funzionato: Francesco si sente “sporco”, e si vergogna di questa sensazione di sporcizia e di diversità che si sente addosso. Ma possono esistere persone che non sono irregolari, che hanno tutte le carte della vita in regola? E se sì, cosa perdono rispetto a coloro che vivono nella confusione?

Non sono sicuro che Francesco si senta sporco, forse è solo incompleto, parafrasando la famosa definizione di Italo Calvino. Ci sono coloro che si adeguano più degli altri.  Esistono contingenze per cui non puoi “spatriarti”. Ma chi appare e vive lontano dalla propria identità soffre per tutta la vita. Conseguenze di questo possono essere le nevrosi, o altri disturbi ancora più gravi.

La giovinezza è cercare invano risposte alla grande domanda: “stiamo facendo la cosa giusta?” Quando ci accorgiamo, finalmente, dell’insensatezza di porsi questa domanda e, soprattutto dell’assurdità di ricercarne, a tutti i costi, una risposta?

Avendo fatto un sacco di cose sbagliate, mi piace pensare di essere assurdità per salvarmi o ritardare la catabasi.

Elisa e Vincenzo, i genitori di Francesco, restano insieme, nonostante l’inconfutabilmente triste disamore, rispondendo alla cruda e violenta legge del “quieto vivere”. I genitori di Claudia, invece, si sono innamorati l’uno dell’altra non per passione, ma per tenerezza. Quanto è lesiva questa legge? E verso chi è più crudele? Verso i genitori che ne aderiscono, spesso inconsciamente, o verso i figli, frutto di questa relazione “sbagliata”?

Quando ero più giovane scrissi un racconto che si chiamava Il medico del quieto vivere. Per non affrontare alcuni conflitti essenziali al prosieguo del cammino, spesso si può finire nei fossi.

Francesco, cercando di trovare una risposta agli immensi e insondabili quesiti sull’esistenza umana, si affida, molto spesso, alla consultazione del Vangelo. Da una parte, dunque, c’è questa dimensione della religione più letteraria, individuale e contemplativa, dall’altra parte, una dimensione più rituale e collettiva, rappresentata dalle fastose cerimonie religiose a cui Francesco prende parte. In quale aspetto, qualora tu abbia fede e la eserciti da credente praticante, ti identifichi maggiormente come cristiano, cioè “uomo”?

Il rito segna il passaggio di un confine, ha un senso in questo libro anche per questo visto che libera alcune energie nascoste. È un oltrepassare. C’è un elemento estetico nel cristianesimo, lo racconta molto bene Maria-Louise von Franz ne L’Asino d’oro, lei è una grandissima pensatrice e psicologa, allieva di Jung. Scrive che c’è un legame fra l’estasi e la religione, anche se questo può essere un aspetto degenerativo, e si arriva ad avere un atteggiamento esageratamente estetico verso la religione. Chiese, abiti, effigi, musiche devono essere bellissime altrimenti dispiacerebbero a Dio. Eppure c’è un mistero di ricchezza nelle parole che si imparano dalle sacre scritture. È innegabile che un italiano fa il suo primo approccio letterario e artistico con qualcosa che riguarda la chiesa cattolica. Questo è molto presente in Claudia e Francesco.

Sullo sfondo di questo grande romanzo, c’è il paesaggio murgese: l’insieme dei paesi che formano la Valle d’Itria. Quanto sei affezionato a questo tuo ambiente natale? Tu hai vissuto per lungo tempo a Roma, poi a Milano, e in seguito a Berlino. Hai trovato un’umanità differente in ognuna di queste città europee, o l’umanità rimane sempre la medesima dalla campagna del Sud d’Italia alle grandi città metropolitane?

Le persone che si conoscono nella vita sono sempre un piccolo campione inattendibile dei luoghi che viviamo.

La Puglia, Martina, i nostri cieli hanno queste maledette unghie affilate che ti artigliano, non si può andar via senza graffi”. È possibile allontanarsi dalla propria patria – dalla propria città matrigna con gli artigli – senza riportare ferite?

A me non è successo. Andare via ti lascia sempre dei danni.

Nel tuo romanzo, riporti la stupenda riflessione di Franco Cassano, professore ordinario di Sociologa e Sociologia dei Processi culturali e comunicativi all’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, mancato nel febbraio 2021 all’età di 77 anni, prima della pubblicazione del tuo libro. Nell’opera Il Pensiero meridiano (Laterza, Roma-Bari, 1996, nuova edizione 2005), il professore Cassano valorizzava la qualità della lentezza, perché “andare a piedi è sfogliare il libro e invece correre è guardare solo la copertina”. Il secolo in cui viviamo è il secolo della velocità: vogliamo sempre tutto, subito, all’istante. Come possiamo riabituarci e riabituare i nostri figli alla bellezza dell’andar lenti come un vecchio treno di campagna, senza raggiungere il dinamismo dei treni ad alta velocità?

La sfida è far capire quali vantaggi dà leggere la realtà attraverso lo sguardo di pensatori come Franco Cassano o poetesse come Claudia Ruggeri. Dare nomi agli alberi sembra così facile, ma è un’impresa umana tra le più ardue.

Claudia è una grande lettrice e amante della narrativa pugliese del Novecento: Maria Corti, Maria Marcone, Mariateresa Dilascia, Rina Durante. Si tratta di figure della letteratura italiana regionale sconosciute ai più, che non vengono prese in considerazione e studiate nelle scuole, nemmeno in quelle del territorio pugliese. Ti piacerebbe che i professori introducessero, all’interno del programma di studi liceali, lezioni in riferimento a queste scrittrici? Qual è l’eredità di queste autrici?

Diffido un po’ dai libri che arrivano da un’autorità. Quando ero un giovane scrittore in visita nelle scuole superiori propugnavo la provocazione di vietare un certo numero di libri geniali e imprescindibili agli studenti perché il proibito avrebbe spinto loro a leggerli. Ovviamente col tempo sono diventato più cauto nelle provocazioni. Il tempo le rende infruttuose.

A volte, si leggono libri solo per sapere che qualcuno ci è già passato”. In quale libro, hai trovato una parte di te?

In tutti.

 

 

Mario Desiati

Spatriati, 2021
Supercoralli, Einaudi
pp. 288
€ 20,00
ISBN 9788806247416

Commenta con Facebook