
“Fade in Italy” è il titolo dell’ultimo progetto di Liu Bolin, l’artista cinese che dal 2005 – quando il villaggio di artisti di Suojia in cui lavorava, a sud di Pechino, fu raso al suolo dalle autorità governative – scompare davanti a monumenti e scenari metaforici.
Non si tratta dell’ennesimo tentativo di spettacolarizzazione dell’arte bensì di un atto consapevole, denso di implicazioni estetiche: in un linguaggio straordinariamente innovativo, l’artista si serve del camouflage per realizzare fotografie in cui la sua figura scompare mimetizzandosi completamente con il contesto urbano retrostante.

Attraverso le sue fotografie, dove la performance si fonde con le straordinarie abilità manuali dei suoi assistenti impegnati nella realizzazione di minuziosi ritratti camaleontici tramite bodypainting, Liu Bolin crea un cortocircuito dialettico tra presenza e assenza, tra l’esserci e l’essere celato, che riflette anche la sua volontà di accettazione passiva della realtà per continuare ad esserne il testimone.
Se l’accettazione passiva della realtà che lo circonda diventa l’unico modo di opporsi a una condizione negativa che pesa sull’individuo, allo stesso tempo rappresenta anche l’espediente per capovolgerla in positivo: poiché il sistema cerca continuamente di fagocitarlo nel tentativo di uniformarlo al regime, l’artista si serve di tale abuso accettando di essere inghiottito dall’ambiente circostante per trasformare la sua presenza fisica in assenza mentale.
In questo modo egli esplora i confini del binomio libertà-controllo sottolineando come la possibilità di catturare il corpo non coincida mai con la totale sopraffazione dell’individuo poiché, nonostante la reclusione, il pensiero resta libero e, in quanto tale, non potrà mai essere imprigionato. La presenza fisica si rivela presto mero artificio esteriore che consente all’artista di mutare la pelle per confondersi con il mondo e diventarne il testimone silenzioso.
Allontanandosi da quelle forme di opposizione rumorosa che oggi caratterizzano molti artisti dissidenti cinesi come Ai Weiwei, Yue Minjun e i Gao Brothers, Liu Bolin ha scelto di utilizzare la tecnica del camouflage per lanciare un messaggio di protesta inequivocabile ma velato da un’azione poetica che, pur entrando in comunicazione con il fruitore attento, sfugge dalla censura del regime cinese per il suo carattere silenzioso. Una riflessione sull’uomo, sul posto che occupa nel mondo e sul modo in cui agisce sul mondo.

Dopo aver indagato, con il ciclo “A secret tour”, il rapporto tutto italiano tra l’identità dell’uomo e la conservazione del proprio patrimonio culturale attraverso una serie di scatti realizzati in diverse città italiane, l’artista ha deciso di intraprendere un altro viaggio in Italia per dedicarsi alla scoperta del patrimonio produttivo legato al Made in Italy di alta qualità, itinerario che lo ha portato a lavorare con aziende come Ferrari, Tods e la cantina veronese Masi.



