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Adele all’Arena di Verona. Miele, battute e una voce milionaria

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Vittoria piange due volte. Biondina, t-shirt bianca, occhiali fuxia a cuoricino, canta “Skyfall” con la mano sul petto come un marine intona l’inno. Ma il pianto liberatorio viene prima e dopo: «Quando sono entrata nell’Arena non ce l’ho fatta» dice con un filo di voce «e quando Adele ha attaccato “Love in the Dark” sono tornate le lacrime. Lo ha detto anche lei, non la fa mai e io mi ero abituata a considerarla mia, qualcosa che potevo tenere per me… ». L’amica Erica, anche lei 17 anni, la guarda annuendo. Sono venute da Milano per incontrare questa sorella maggiore, e quando Vittoria piangeva Erica sembrava capire sino in fondo. Perché Adele, domenica 29 al primo dei due show a Verona davanti a 15 mila persone, ha vissuto, forse più di altre star, l’essere adolescenti dal punto di vista più crudele. Cresciuta con la mamma, pochi soldi in famiglia, l’impaccio di essere normale, con l’unico talento della voce e di un’ostinazione assoluta.

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Ora le cose sono cambiate. E l’entrata trionfale attraversando tutta la platea, intonando “Hello”, con il pubblico in delirio, riflette numeri da capogiro: una ricchezza personale di cento milioni in euro, per aver venduto sinora 50 milioni di copie degli ultimi due album, “21” e “25”. Più il contratto che avrebbe firmato con Sony e le frutterebbe altri 120 milioni di euro. Ci si può commuovere per un Creso in abito lungo, il trucco che risalta uno sguardo vivace e una parlantina sciolta che delizia i fans con ricordi e battutacce popolari? Pare proprio di sì. Il giorno dopo di Adele si ricorda la simpatia: «Mi è entrato un moscerino nell’occhio, è ancora lì» piuttosto che «gli hai detto sì?» quando scopre che in platea un ragazzo ha appena chiesto alla fidanzata di sposarlo. Ma è una scuola collaudata, l’entertainment colloquiale.

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Gli inglesi, subito dopo la guerra, erano bravissimi. E non ci sarebbero state coppie comiche, Jerry Lewis e Dean Martin, se uno dei due non avesse cantato. No, lo sconcerto e il sollievo nel vedere questa giovane donna, 28 anni, alta e robusta, dalla mimica esilarante e dalle imprecazioni da carrettiere, «m…..da, ho dimenticato una parola…», oppure «dovrei sedermi su uno sgabello ma ho paura di cadere, e poi la sedia è troppo piccola per il mio sedere…», trascurano per una volta il vero perno del suo successo: la povertà, il disagio. Hai voglia a ironizzare sulle sue canzoni, «sapete tutti che non ho molte canzoni allegre, vero? Allora spariamoci subito quelle allegre e poi ci facciamo un pianto…», è proprio il pubblico che si riconosce in quel mondo.

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Davanti a uno schermo che ne rilancia il volto ben truccato, lo sguardo penetrante, in rigoroso bianco e nero quasi sino alla fine, Adele racconta la vita al gradino più elementare: «Ci sono momenti in cui devi liberarti di qualcuno, lasciami sola accidenti, e credetemi, li abbiamo tutti». Così suonano “Hometown Glory”, “Don’t You Remember”, “Make You Feel Me Love” di Bob Dylan, «quando l’ho ascoltata ho avuto un tuffo al cuore…», “Chasing Pavements” e “When We Were Young” dove la si vede bambina, ragazza e futura madre: «Chissà come sarò a trenta o sessant’anni…?».

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Ma come canta Adele dal vivo? Come la Streisand migliore, ma viene il sospetto che snoccioli tanta allegria anche perché ha bisogno di prendere fiato. Non ci sarebbe nulla di male. E’ già successo a Mariah Carey quando sul palco ne inventava una per colore, pur di riprendersi. Non se n’è mai accorto nessuno ma è così.
Certo, la tazza di miele caldo è rassicurante «ma se non fossi in tour mi farei un bicchierino…» e il finale di “Rolling in the Deep”, con una pioggia di bigliettini augurali per i fans, fa molto popstar. Però Vittoria sa che quella piccola “carrettiera” alla Dickens non ha ancora finito di tormentarsi.

Per gentile concessione de Il Secolo XIX (30.05.2016)

 

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