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Il concerto di Springsteen a San Siro. Bruce vince ancora

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Bruce, il pastore senza terra promessa
L’eroe dei lavoratori continua a cantare sogni e speranze traditi

«Io avrò cura di te e starò dalla tua parte, e tu avrai bisogno di un buon compagno per questa parte del viaggio, lasciati alle spalle ogni dolore…». Il sole tramonta ma il segnale è chiaro: solo insieme potremofarcela. Davanti a un San Siro pavesato con 60 mila fogli colorati che compongono un saluto a Bruce e la bandiera italiana, coreografia pagata con un crowdfunding che Springsteen guarda in silenzio, sinceramente ammirato, i versi di “Land of Hope and Dreams” suonano ammonitori.

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L’ultimo eroe radical è americano, ha un patrimonio di 250 milioni di euro e si chiama ovviamente Springsteen. Ce ne sono più a sinistra, ma senza la sua visione da pastore di frontiera. Quindi ogni tentativo di farne un mito, due serate al Meazza mentre il 16 luglio sarà al Circo Massimo, non gli rende giustizia. Anzi, genera parecchia confusione. Il broker di fondi d’investimento, fan della prima ora, non lo dirà mai apertamente ma la repulsione del rocker per la grande finanza, per lo strapotere delle multinazionali, è condivisa. E l’operaio cinquantenne, preoccupato per il figlio senza lavoro, vorrebbe un Bruce anche in Italia.

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D’accordo che il rock è trasversale, esattamente come Springsteen non è né di destra né di sinistra, ma l’onda emotiva dei suoi concerti non si può basare solo sulla musica, tre ore e passa di magma vulcanico, una maratona estenuante in una terra promessa. Quello che fa sul palco, prima ancora che nei dischi, è proporre un patto al pubblico: non fatevi ingannare, non credete a chi vi rappresenta, solo alla vostra coscienza.

Esiste una terra promessa? Nella realtà no. E se uno segue quello che dice, oltre la festa e la gioia di vederlo un po’ sciupato ma energico, stempiato ma solido, con la voce che sforza più di ieri, se ne accorge. Però, poi, dovrebbe anche rifletterci.

C’è una canzone straordinaria, “Working on the Highway”, dove Springsteen è un giovane operaio senza speranza: «Lavoro per la contea sulla strada 95, impugno tutto il giorno una bandiera rossa e guardo il traffico che mi sfreccia accanto, nella mia testa ho l’immagine di una ragazzina carina, un giorno, amico, farò una vita migliore di questa…».

Le cose finiranno male. L’infelicità non è mai solo un problema di classe. Però il punto di vista del ragazzo è universale. E in questo momento l’America si chiede se non sia stata tradita oltre ogni limite da chi, invece, doveva guidarla. O proteggerla. Il problema è che l’angustia di Springsteen, dei suoi perdenti, ora è anche europea. E per la prima volta i fans sentono più affinità non tanto con il sogno di fuggire per amore, “Thunder Road”, ma con la sconfitta imminente.

Possiamo anche continuare a elogiare Bruce, 66 anni, perché il suo arrivo in città è, appunto, più pastorale che glamour. Ma è altrettanto salvifico vedere dove ci porta. Intanto, lo snodo delle sue canzoni è il lavoro, nessuno ha mai messo in ballo tanta gente, anche quando sono rapinatori e spacciatori di anfetamine, che deve sopportare paghe basse, disoccupazione, fabbriche inquinanti, padroni senza un decoro.

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E il nucleo centrale di questo tour, basato sull’album “The River”, n’è la prova evidente. Una rovina dopo l’altra. Concepito all’alba reaganiana, dimostra che le vittime del fuoco amico, quello progressista, in 35 anni sono state troppe. Non a caso, mentre fa vibrare la chitarra e San Siro si inchina all’altare nero, palco minimal, un buco che inghiotte stelle e canzoni, non sfugge che nella corsa alla Casa Bianca abbia evitato di sostenere Bernie Sanders e Hillary Clinton. I concerti per Obama sono un ricordo.

L’aria è satura di elettricità e la squadra di Springsteen è molto working class. In bandana al collo, t.shirt e gilet grigi, il capo chiama le truppe e “My Love Will Not Let You Down” è ancora una promessa: «Il mio amore non ti deluderà, ti cercherò in qualsiasi posto andrò…».

L’evento non è la festa rock, ma la partecipazione a un modello poetico che si è rivelato impraticabile: le donne descritte da Springsteen non valgono il protagonista, che di suo ci mette una cocciuta determinazione a rovinarsi la vita.

Eppure basta la pressione della musica, l’ossigeno di una storia che può nascere, “Two Hearts”, o il coraggio crudele di “Independence Day”, «questa è la prima canzone che ho scritto su padri e figli…» dice in italiano, per lasciare che il pastore Springsteen porti la sua gente in un posto, almeno per una notte, al sicuro dal male. Fosse sempre così.

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Per gentile concessione de Il Secolo XIX (04.07.2016)

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