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L’opera d’arte è il sistema. Marco Tonelli replica a Bonito Oliva

Achille Bonito Oliva Achille Bonito Oliva
Achille Bonito Oliva
Achille Bonito Oliva

Lo storico e critico d’arte prende spunto dal corsivo pubblicato da Achille Bonito Oliva su Robinson di Repubblica, sul quale ArtsLife ha aperto un dibattito

Va dato atto a Bonito Oliva che, piaccia o no, la sua affermazione che “non esiste l’arte ma il sistema dell’arte” (già codificata nel 2000 nel libro Arte e Sistema dell’Arte e oggi riaffermata) ha una certa dose di legittimità. Prendiamo il caso paradigmatico della Transavanguardia italiana. Un movimento inventato dal niente da un critico con l’appoggio di gallerie, musei, collezionisti e mercanti tra anni ’70 e ’80 del XX secolo. In pochi anni esce un manifesto pubblicato da un rinomato editore d’avanguardia. Un libro su una pseudo “teoria del manierismo e del traditore”, gli artisti dopo vari aggiustamenti vengono stabilizzati in numero di cinque. I quali all’interno di un ritorno mondiale della pittura tra USA, Germania, Francia, Spagna, pur con opere meno visionarie di Kiefer, Basquiat, Garouste o Barcelò, diventeranno nuove star del firmamento.

Appunto, del firmamento dell’arte. Ingranaggi costruiti ad hoc per un sistema che richiede dei pretesti per funzionare in piena autonomia rispetto all’opera d’arte. La Transavanguardia conferma così le parole di Bonito Oliva: l’opera d’arte “inesistente” viene legittimata dal sistema operativo. Anzi, il sistema rappresenta un “plusvalore culturale che travalica anche la qualità stessa dell’opera d’arte e la modifica in una sorta di superarte”, per citare ancora il nostro. Questo però non significa che tutta l’arte subisca tale destino decadente (oggi la Transavanguardia è praticamente annacquata o sparita dai libri di storia dell’arte che contano). Ma che ci sono artisti e opere più adatti di altri per subire in toto quel destino. Artisti e opere che senza il sistema dell’arte non sarebbero niente o non comunque quel tanto che gli viene tributato.

Artisti del sistema

Ovvio che artisti come Cattelan, Koons, Hirst, Murakami, Kusama, Weiwei, Bansky, Beeple & Co. giocano con tutto questo. E sfruttano i presupposti di Bonito Oliva per avere successo: sono a priori artisti del sistema e del plusvalore di esso. E senza quello sfido io a pagare milioni per comuni readymade, graffiti sui muri, sculture dipinte a pois, ricami su foto o trovate scandalistiche. Ma il sillogismo in questo caso non è simmetrico: se alcuni artisti sarebbero niente senza il sistema autoreferenziale dell’arte che assorbono fin dall’inizio nel loro processo creativo (alla Vezzoli, per intenderci), altri danno un senso a quel sistema perché producono il contenuto stesso su cui esso si basa, cioè l’opera d’arte.

 

Marco Tonelli
Marco Tonelli (foto Cecilia Luci)

Insomma, se esiste (ed esiste ovviamente) un sistema dell’arte che funziona secondo il meccanismo della catena di Sant’Antonio (mercante, gallerista, critico, collezionista, direttori di museo, casa d’asta e via dicendo), su cosa si fonda originariamente questa catena se non appunto sull’opera d’arte? Senza di essa, fosse anche un qualsiasi NFT, che cosa terrebbe in vita quel sistema? Bonito Oliva ha sempre dichiarato l’artista un “errore biologico” (e quindi l’opera un residuo di scarto verrebbe da dire) rispetto all’opera.

E forse anche rispetto al Curator Maximus: quindi Bonito Oliva difende in modo interessato la supremazia del sistema (imprenditoriale ed economico) di cui è stato agente. Se arrivasse alle estreme conseguenze del suo ragionamento, che cioè l’opera d’arte è il sistema, forse aprirebbe una consapevolezza nuova, ma a ciò il suo ragionamento non può arrivare perché ha ai piedi ancora attaccata la zavorra di una certa idea di avanguardia (trans-, post– o iper– non importa).

Il critico inventore

Se Bonito Oliva non avesse avuto a disposizione quei cinque “errori biologici” (direbbe lui) con cui ha costruito il “bluff” della Transavanguardia (direi io), saremmo forse qui a parlare di lui come di un pittore, un poeta, uno scrittore o un filosofo? Insomma, anche nel sistema della Transavanguardia forse c’è, al fondo del fondo, l’opera d’arte che legittima il critico inventore. E perciò anche in questo caso il sistema dirigenziale cede alla fine all’opera d’arte. Allo sguardo critico “strabico” del 1978 o del “maiale” nel 1993 (teorizzato da Bonito Oliva nel suo testo introduttivo al catalogo della Biennale di Venezia da lui diretta nel 1993), che penalizza l’opera in favore del contesto, noi preferiamo altri e più ambiziosi sguardi.

È vero in conclusione che senza il sistema l’opera d’arte sarebbe nascosta, forse marginale. Ma senza l’opera d’arte il sistema dell’arte non sarebbe affatto. Ormai sembra chiaro che a poter parlare fondatamente di arte, come induce a fare la sociologa Nathalie Heinich, non possono più essere gli agenti del sistema integrato (troppo “endogenizzati”, cioè complici del meccanismo perverso del sistema stesso). Ma quelli che credono nell’unicità e nella dirompenza dell’opera d’arte e degli artisti. Se Bonito Oliva ha il merito di parlare dell’arte come di una “catastrofe” o “gesto antisociale”, lo può fare solo in senso idealistico e romantico (se no il sistema culturale collasserebbe). Confessando involontariamente che l’opera d’arte è autonoma dal sistema stesso, se no appunto non potrebbe essere catastrofica.

Una pura Idea

Con o senza sistema parleremmo lo stesso di arte, solo in modo più consapevole e sincero e lontano dai clamori mediatici. Come fanno i fisici quando parlano di materia oscura o di radiazione cosmica di fondo. Come l’Universo andrebbe avanti lo stesso senza le equazioni della fisica, i telescopi, i rivelatori di particelle, le stazioni spaziali, così farebbe l’opera d’arte (fosse anche una pura Idea) senza critici, curatori, mercanti, musei…

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