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Ra’anan Levy: la pittura come domanda, l’arte come ambiguità

Ra’anan Levy (1 marzo 1954 – 2 giugno 2022) è stato un artista franco-israeliano. La sua pittura indaga il reale fino a rivelarne la natura ambigua e illusoria.

L’idea di base, parecchio importante in tutto ciò che dipingo, è l’ambiguità.

 

Ra’anan Levy

Lo specchio, il vuoto, il pieno, la linea, lo spazio, il segno personale di una prospettiva sghemba, il colore che fuoriesce dai barattoli rovesciati sui tavoli dei suoi ateliers. Tutti elementi che contribuiscono ad accentuare il mistero e l’ambiguità che avvolgono come materia organica le sue opere. Molteplici e appassionanti i temi che attraversano l’arte di Ra’anan Levy, recentemente scomparso.

Unknown (2012), autoritratto dell’artista a 4 riflessi, focalizza l’attenzione sul tema dello specchio, il quale sembra illustrare l’impossibilità di conoscersi attraverso l’osservazione della sola apparenza fisica. Nel tentativo di mettere assieme i pezzi della propria storia di vita, collegandoli in una rete di senso, l’artista franco-israeliano mette in scena sé stesso in una specie di frontiera fluttuante per conoscere, decentrandosi, ciò che è dentro e che non sarebbe così com’è se non ci fosse quel particolare fuori.

Già Socrate e Seneca, del resto, raccomandavano lo specchio come strumento per conoscere sé stessi. Ra’anan Levy tenta dunque una conoscenza al quadrato attraverso l’autoritratto allo specchio, ponendosi sulla linea di illustri predecessori nella storia dell’arte da Van Gogh, a Munch, Schiele, Picasso, senza dimenticare le implicazioni profonde del rapporto con la propria immagine allo specchio in ambito letterario, da Kafka a PirandelloKundera.

Ra'anan Levy L'épreuve du miroir, 2019
Ra’anan Levy
L’épreuve du miroir, 2019

Geroglifico della verità o della falsità? Nella sconcertante ambiguità dello specchio, nelle sue molteplici implicazioni a livello simbolico, psicanalitico, metaforico, ci si può anche perdere, perché niente è certo nel mondo dello specchio: esso può rivelarsi heimlich, rimandandoci l’immagine che ci aspettiamo, ma anche unheimlich, per usare la categoria freudiana del perturbante, quando ci rimanda un’immagine di noi stessi diversa, disturbante, non familiare. Levy gioca con la percezione visiva quasi a ricordarci e a farci riflettere che la realtà è ben più complessa di quella che vediamo.

Ecco allora la serie degli Interni di case apparentemente inabitate, dove l’atmosfera di solitudine e di mistero sembra apparentarla al lavoro di Edward Hopper. Una dinamica strana, inquietante avvolge gli spazi multipli, divisi, destrutturati, le linee oblique delineano più che ambienti fisici, spazi mentali, profondità esistenziali. Su tutto sembra incombere l’ambiguità assoluta dell’eterna domanda “che cos’è la pittura?”. Una domanda dalle risposte infinite come gli abissi in cui ci fanno precipitare le sue labirintiche “stanze” fatte di porte aperte, divelte, corrose dal tempo, i vuoti che in alcuni quadri divengono pieni in maniera quasi ossessiva, di barattoli aperti, di caotici cumuli di libri sparsi sui pavimenti di biblioteche distrutte.

Quasi fossero misteriosi, enigmatici precipizi della psiche, i corridoi dei suoi vuoti appartamenti attraversati da correnti d’aria non portano da nessuna parte se non in qualche invisibile baratro, sembrano quasi “inghiottire” il visitatore, per cui non sappiamo più chi guarda chi, in una scissione, in una sconnessione di piani che destabilizza. In queste stanze dalle porte sconnesse, divelte, specchi rotti, opachi, riflettono trasparenze, vibrazioni di luce, concorrono a un’impressione di vertigine, di squilibrio, la visione diviene flou come in uno Studio di Bacon.

Un passo avanti , Olio su tela, 2014, 248 x 198 cm
Un passo avanti , Olio su tela, 2014, 248 x 198 cm

Non abbiamo più qui a che fare, o almeno non solo, con i conflitti pulsionali irrisolti, ma con la capacità di rappresentare ciò che si mostra nella fuga del tempo, nelle apparenze della vita che si disfa, dove l’angoscia che ne deriva porta però in sé una qualche possibilità di riscatto, di redenzione attraverso l’arte. In questo incontro con il lavoro dell’artista siamo invitati a scendere nel luogo dove l’opera d’arte riesce a fondere il vuoto e il pieno, la presenza e l’assenza in una catturante dialettica, che costituisce uno degli aspetti più profondi e affascinanti della pittura di Levy. Così che inoltrarsi in questa labirintica “épreuve du miroir” è un po’ come fare un’inquietante passeggiata in uno spazio-tempo simbolico quanto basta per stimolare riflessioni su pulsioni, desideri, deserti spirituali, dove il pieno si muta in vuoto e nel suo contrario, in una foresta di simboli, fra sogni, fantasmi, illusioni, dove realtà e allucinazione perdono i loro tradizionali confini.

L’osservatore è chiamato a qualcosa di inatteso, spiazzante, enigmatico, invitato a una sempre rinnovata curiosità, a farsi ulteriori domande. In questa mai finita ricerca l’artista mette in scena la linea, il disegno, la prospettiva, la forza dirompente di una ricca tavolozza che varia dalle più tenui trasparenze ai colori neutri, all’esplosione di colori puri che si rovesciano come un fiume in piena dai barattoli lasciati intenzionalmente aperti, e la domanda, sempre presente nel lavoro di Levy, sul senso e il fine della pittura: “Sono un disegnatore, la mia pittura è prima di tutto una domanda (…) essa dà una cornice alla domanda che mi abita”. 

Equazione II , Olio su tela, 2014, 190 x 248 cm
Equazione II , Olio su tela, 2014, 190 x 248 cm

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