
L’urgenza di ripristinare la dimensione soggettiva e incarnata di tutti gli esseri umani coinvolti nel sistema della moda
Esiste oggi un’urgenza reale e non più rimandabile: ripristinare la dimensione soggettiva e incarnata di tutti gli esseri umani coinvolti nel sistema della moda. In una delle sue lezioni più brillanti, Umberto Galimberti analizza la caduta dell’Impero Romano definendone la corruzione dei costumi. Corrompere i costumi significa tradirne un sistema di valori condivisi, quei principi fondativi che danno forma a una società e ne sostengono la struttura simbolica ed etica. La crisi dei valori non è un evento isolato né esclusivamente contemporaneo: accompagna la storia dell’essere umano sin dalle sue origini.
Dalla costruzione delle prime società fino a quelle attuali, l’umanità ha continuamente elaborato sistemi ideologici capaci di dare senso all’esistenza: prima l’idea di identità – cogito ergo sum – poi quella di comunità, quindi le città, le nazioni, i continenti, i confini, fino alla costruzione di una percezione complessiva del mondo. Un mondo a sua volta suddiviso in società cosiddette “civili” e “in via di sviluppo”, dove le prime sono storicamente determinate da etica ed estetica, e le seconde da processi di integrazione e adattamento.
Il sistema di valori si traduce in identità, e l’identità si materializza in oggetti. Gli oggetti – e il costume in particolare – diventano così rappresentazioni tangibili di etica, estetica e credo. La dimensione umana dell’individuo è quindi profondamente intrecciata alla sua traduzione in oggetto, e proprio per questo è imprescindibile richiamare il lavoro di Maurice Merleau-Ponty.
Nella Fenomenologia della percezione, Merleau-Ponty mostra come il processo di incarnazione sia fondamentale per comprendere l’esperienza umana nella sua totalità. L’essere umano vive il mondo attraverso il corpo: è tramite il corpo che facciamo esperienza dell’Io, della realtà e della nostra stessa esistenza. Come afferma il filosofo, non è possibile fare esperienza del mondo senza la mediazione dell’esperienza corporea.

Un approccio fenomenologico ci invita a spostare lo sguardo: dal guardare i corpi al vivere dentro i corpi. Un cambio di prospettiva radicale, soprattutto in una cultura visiva contemporanea che tende a osservare, classificare e consumare il corpo come superficie. L’incarnazione connette in modo irriducibile la dimensione materiale del corpo alla sua consapevolezza, oggettiva e soggettiva insieme. In questo senso, siamo simultaneamente soggetti e oggetti: soggetti che vivono il mondo e oggetti che lo abitano.
Questa prospettiva offre strumenti fondamentali per comprendere il modo in cui ci relazioniamo agli altri corpi – che costituiscono la società – e agli oggetti materiali. Quando il processo di incarnazione viene compromesso dalla caduta dei valori, dalla corruzione del costume, anche la percezione della nostra esistenza nel mondo reale e in quello costruito si indebolisce. Il credo lascia spazio al dubbio; il valore, da collettivo, diventa esclusivamente soggettivo, frammentato, instabile.
Questo quadro teorico è cruciale per il sistema moda. Se il costume è per definizione un oggetto incarnato, il corpo viene troppo spesso trattato come una pagina bianca su cui proiettare concetti visivi, idealizzazioni identitarie ed estetiche distorte. Nella moda contemporanea, raramente viene considerata la soggettività umana di chi indossa o rappresenta l’abito: l’esperienza esistenziale della modella, del modello, del lavoratore resta ai margini.
Queste idealizzazioni visive – oggi ulteriormente amplificate dall’uso dell’intelligenza artificiale – contribuiscono al progressivo decadimento dei valori, rafforzando una visione disincarnata del corpo. In questo senso, l’incarnazione diventa una chiave di lettura imprescindibile per analizzare criticamente la società della moda contemporanea.
L’approccio fenomenologico ci aiuta a spostare l’attenzione dai corpi rivestiti di strati simbolici al corpo materico che incarna l’esistenza. Significa rimettere al centro l’esperienza soggettiva vissuta, invece di ridurre il corpo a un oggetto da osservare, ottimizzare o mercificare.
Esiste dunque un’urgenza etica: ripristinare la dimensione soggettiva e incarnata di tutti gli esseri umani coinvolti nel sistema moda. Molti corpi vengono sfruttati come strumenti disumanizzati, oggettivati e privati di voce per produrre valore economico e simbolico. Concentrarsi sull’incarnazione nel campo della moda diventa, inevitabilmente, un atto politico ed etico.
Ridefinire il nostro rapporto con la moda – attraverso un discorso critico e la costruzione di sistemi alternativi – implica riconoscere la centralità dell’esperienza incarnata.
Il riconoscimento autentico dell’esistenza incarnata non è mai scontato: molti corpi non trovano spazio né rappresentazione all’interno del sistema. Per questo, l’incarnazione mette in luce la dimensione etica della soggettività umana, che è al centro del recupero della dimensione umana della moda e, più in generale, della società contemporanea.
È necessario iniziare a immaginare nuovi sistemi che permettano a tutte le persone che creano, producono, progettano, realizzano e indossano moda di partire da valori alternativi: valori profondamente umani e condivisi.
Simon O’Sullivan, un teorico dell’arte ispirato dalla filosofia di Gilles Deleuze, offre una prospettiva interessante in questo senso.
Sostiene una sorta di “ritorno” a un’estetica che incarna i valori, che egli intende come la “funzione deterritorializzante dell’arte” – o della moda e in questo caso.
In termini deleuziani, la deterritorializzazione è un modo per aprire territori, ordini, forme e sistemi fissi. O’Sullivan utilizza questo approccio per ripensare anche il potere estetico della moda. Questo ha una dimensione etica poiché si concentra sul potere trasformativo dell’arte di andare oltre le rappresentazioni fisse e il sistema di significato.

O’Sullivan discute l’etico-estetica dell’arte come segue: Questa è la funzione dell’arte: cambiare il nostro registro intensivo, riconnettersi con il mondo. L’arte ci apre l’universo non umano di cui facciamo parte. In effetti, l’arte potrebbe avere una funzione rappresentativa, ma opera anche come una fessura nella rappresentazione. E noi, come spettatori, come creature rappresentative, siamo coinvolti in una danza con l’arte, una danza in cui il molecolare si apre, l’estetico si attiva, e l’arte compie quello che è il suo modus operandi principale: trasforma, anche solo per un istante, il nostro senso di “sé” e la nostra concezione del mondo. (O’Sullivan 2001),
In questo senso dobbiamo danzare con la moda per contribuire a trasformare questo nuovo sistema di valori e ad avanzare verso il suo potere estetico oltre che etico. Le pratiche e le teorie critiche della moda ci aiuteranno a farlo: a ripensare, deterritorializzare e danzare con il nuovo sistema.
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There is an urgent need to restore the subjective and embodied dimension of all human beings involved in the fashion system.
In one of his most incisive lectures, Umberto Galimberti analyzes the fall of the Roman Empire through what he defines as the corruption of customs. To corrupt customs means to betray a system of values that defines a society and embodies its highest principles. The decline of values has accompanied the evolution of human history since its very emergence. From the formation of the earliest societies to contemporary ones, humanity has continuously constructed ideological systems that first enabled the idea of identity (I think, therefore I am), then the idea of community, followed by cities, nations, continents, borders, and ultimately a perception of the world itself. This world is further divided into so-called “civil societies” and “developing societies,” where the former are shaped by ethics and aesthetics, and the latter by integration and adaptation.
Systems of value translate into identity, which in turn materializes into objects: objects that represent ethics, aesthetics, and belief. The human and individual dimension is therefore deeply connected to its translation into objects and customs. In this sense, the work of Maurice Merleau-Ponty is fundamental. In Phenomenology of Perception, he describes embodiment as central to understanding human experience in its entirety. Human existence is lived through the body; it is through the body that we experience the world, encounter the self, and understand our own being. As Merleau-Ponty states, “One cannot have experience of the world without the mediation of bodily experience.”
A phenomenological approach allows us to understand what it means to exist within our bodies, rather than merely looking at bodies, an attitude that dominates contemporary visual culture. Embodiment radically connects the material condition of the body with its awareness both objective and subjective into an irreducible unity. In this sense, we are simultaneously subjective objects and objective subjects. Phenomenology emphasizes the embodied nature of human subjectivity and consciousness: a bodily awareness of the self. We exist as subjects who embody their identity through lived experience.

This perspective offers important insights into how we relate to other bodies that constitute society and to material objects. When the process of embodiment is disrupted by the collapse of values, by the corruption of customs, our perception of existence both in the real and constructed worlds begins to erode. Belief systems are replaced by doubt, and value shifts from the collective to the purely subjective, requiring constant re-evaluation. This phenomenological framework is crucial to fashion. While clothing is an embodied object, the body is often treated as a blank surface onto which visual concepts, idealized identities, and corrupted aesthetics are projected. Contemporary fashion practices frequently ignore human subjectivity for example, the lived, existential experience of models. Instead, visual idealizations, increasingly reinforced through AI technologies, contribute to the erosion of values.
Embodiment is therefore central to any critical analysis of contemporary fashion. A phenomenological approach redirects attention from bodies layered with imposed meanings toward the material body that embodies existence itself. It foregrounds lived, subjective experience rather than reducing the body to a visual object or symbolic surface. There is an urgent need to restore the subjective and embodied dimension of all human beings involved in the fashion system.
Many bodies are exploited as dehumanized tools objectified and commodified in the production of fashion. Focusing on embodiment within fashion thus becomes an ethical act, tied to the construction of new contemporary value systems. To redefine our relationship with fashion through critical discourse and the development of alternative systems we must account for the embodied dimension of human existence.
An embodied approach matters because bodies matter and they must matter more. Bodies are consistently exploited beyond their human existence, making embodiment far from self-evident. Genuine recognition of embodied human existence is often a struggle, as many bodies are denied space and voice within the system. For this reason, embodiment highlights the ethical dimension of human subjectivity, which lies at the core of restoring the human dimension of fashion and of society itself.

It is therefore essential to begin imagining new systems that allow all those who create, produce, design, construct, and wear fashion to operate from alternative, humane, and ethically grounded values.
Simon O’Sullivan, an art theorist inspired by the philosophy of Gilles Deleuze, offers an interesting perspective. He argues for a kind of “return” to aesthetics that embodied values, which he understands as the “deterritorialising function of art” – or fashion and this regard. In Deleuzean terms, deterritorialisation is a way of opening up fixed territories, orders ,forms, and systems. O’Sullivan uses this approach to rethink the aesthetic power of fashion as well. This has an ethical dimension since it focuses on the transformative power of art to move beyond fixed representations and system of meaning. O’Sullivan discusses art’s ethico-aestetics as follows:
This is art’s function: to switch our intensive register, to reconnect us with the world. Art opens us up to the non-human universe that we are part of. Indeed, art might well have a representational function but art also operates as a fissure in representation. And we, as spectators, as representational creatures, are involved in a dance with art, a dance in which the molecular is opened up, the aesthetic is activated, and art does what is its chief modus operandi: it transforms, if only for a moment, our sense of our “selves” and our notion of our world. (O’Sullivan 2001), In this sense we have to dance with fashion to help transform this new system of values and move towards its aesthetic as well as ethical power. Critical fashion practices and fashion theories will help to do so – to rethink, deterritorialise and dance with the new system.










