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Formalismo e marxismo. Attualità di Piero Dorazio e di Forma 1

Piero Dorazio ritratto da Aurelio Amendola Piero Dorazio ritratto da Aurelio Amendola
Piero Dorazio ritratto da Aurelio Amendola
Piero Dorazio ritratto da Aurelio Amendola

Piero Dorazio moriva 15 anni fa, il 17 maggio 2005. Merita un approfondimento trasversale il “sacrificio antiretorico” suo e del gruppo di Forma 1

Noi ci proclamiamo formalisti e marxisti”. Soltanto sei parole, ma che hanno avuto un’importanza capitale – disconosciuta da quasi tutta la storiografia – nelle dinamiche artistiche del secondo novecento in Italia. Sono le parole con cui si apre il Manifesto di Forma 1, firmato nel 1947 da Carla Accardi, Ugo Attardi, Pietro Consagra, Piero Dorazio, Mino Guerrini, Achille Perilli, Antonio Sanfilippo, Giulio Turcato. Un gruppo la cui azione si rivela fondamentale nell’arginare la decisa opzione con la quale il partito comunista intende strumentalizzare l’arte a servizio dell’ideologia, indirizzandola verso il Realismo Socialista.

Nello stesso 1947 Elio Vittorini promuove la celebre crociata per rivendicare la libertà degli artisti contro le pretese strumentalizzanti di Palmiro Togliatti. Scrivendo su Il Politecnico che “lo scrittore non può suonare il piffero della rivoluzione ma deve operare in piena libertà“. Si aggiunge questo gruppetto di giovanissimi ventenni che con il manifesto – nella redazione del quale Dorazio ha un ruolo preminente, essendo fra i più portati all’elaborazione teorica – crea un corto circuito nelle dinamiche egemoniche del PCI.

Gli otto “sacrileghi” si dichiarano “convinti che i termini marxismo e formalismo non siano inconciliabili”, sollecitando artisti e intellettuali a “non adagiarsi nell’equivoco di un realismo spento e conformista che nelle sue più recenti esperienze in pittura e in scultura ha dimostrato quale strada limitata ed angusta esso sia”.

Lo studio di Piero Dorazio ritratto da Aurelio Amendola
Lo studio di Piero Dorazio ritratto da Aurelio Amendola

Forma 1 sarà attore in prima linea nell’accesa polemica Astrattismo-Realismo che si svilupperà fra ’47 e ‘48, anni in cui – ricorda Paolo Franchi nel 2011 sul Corriere della sera – “a Mosca è già all’opera Andrej Zdanov. Ma lo zdanovismo italiano nelle arti da noi si fa esplicito nell’ottobre del ’48. Togliatti si è ripreso bene dalla sconfitta di aprile e dall’attentato di luglio, e può riprendere, su Rinascita, i panni di Roderigo di Castiglia. Lo fa per stroncare una mostra bolognese dell’Alleanza per la cultura: una raccolta di ‘cose mostruose’, di ‘orrori e scemenze’, di ‘scarabocchi’, scrive, mostrandosi scientemente assai più rozzo in materia di quanto non sia”.

Un’alzata di scudi, quella di Dorazio & C., decisamente coraggiosa per dei giovanissimi artisti, in quegli anni e in quel contesto: iscritti al partito comunista, ne stracciarono le tessere, col risultato di essere emarginati da occasioni espositive o commissioni pubbliche, e spesso indotti all’esilio volontario verso altri paesi. Ma che – certamente con il concorso di altri personaggi, pensiamo a Lucio Fontana, per esempio – contribuì a limitare i danni di un approccio verso l’arte che se fosse andato in porto indisturbato avrebbe condannato l’Italia ad una scena creativa assimilabile a quelle che per lunghi decenni hanno caratterizzato paesi come Yugoslavia, Cecoslovacchia, Romania.

Tutti possono valutare quanto sia risultato lungimirante in quegli anni ignorare quando non osteggiare artisti come tutti i futuristi, come Mario Sironi o Arturo Martini, e poi Pietro Consagra o Piero Dorazio, per convergere nel sostegno ad artisti quali Scipione, Francesco Menzio, Aligi Sassu o Giuseppe Migneco. E quanto questo abbia prodotto un ritardo della scena italiana rispetto a tendenze emergenti a livello internazionale. Come – salvando singoli sporadici casi – l’Informale o il Minimalismo.

Lo studio di Piero Dorazio ritratto da Aurelio Amendola
Lo studio di Piero Dorazio ritratto da Aurelio Amendola

Accennavamo ai futuristi: e proprio nel rapporto con i seguaci di Marinetti si celebra la trasversalità verticale degli spiriti liberi. Già, perché proprio i marxisti astrattisti di Forma 1 furono nel dopoguerra fra i primi a rivalutare i “fascisti” animatori del Futurismo. Ovviamente ostracizzati dalla critica e dalla storiografia comuniste. Piero Dorazio in prima persona fece visita nel 1950 all’anziano Giacomo Balla nella sua casa di Via Oslavia, a Roma: e nella sua opera, del resto, sono evidenti le influenze delle straordinarie “Compenetrazioni iridescenti” del futurista.

In questa ottica la “posizione rivoluzionaria e avanguardistica” predicata per “gli elementi progressivi della nostra società” dal manifesto di Forma 1 appare figlia diretta dell’antiretorica futurista: antiretorica che se i marinettiani opponevano ai cascami accademici ottocenteschi, i formalisti oppongono “ad influenze decadenti, psicologiche, espressionistiche”.

Noi rinneghiamo”, recita ancora il manifesto, “ogni esperienza tendente ad inserire nella libera creazione d’arte fatti umani attraverso deformazioni, psicologismi e altre trovate; l’umano si determina attraverso la forma creata dall’uomo-artista e non da sue preoccupazioni aposterioristiche di contatto con gli altri uomini”. È questa l’antiretorica che oggi palesa la sua visionarietà e attualità. Ai Weiwei che si fa fotografare nella posa del piccolo Aylan morto annegato sulle coste turche è l’odierno “Trebbiatore” di Armando Pizzinato. L’arte ha da essere forma, manufatto, anche idea o concetto, ma sia libera espressione, non narrazione, non strumento di denuncia sociale.

Ai Weiwei nella posa del piccolo Aylan
Ai Weiwei nella posa del piccolo Aylan

Il lungo periodo di quarantena che stiamo vivendo, e che ci auguriamo possa volgere verso il termine, ha spinto molti artisti e critici a mettere a fuoco pensieri “universali” sull’arte di oggi. Ed alcuni li abbiamo raccolti in una serie di articoli pubblicati nelle ultime settimane. Con – piacevole – sorpresa ci è capitato di incontrare più di una riflessione che ci permettiamo di inserire in questa temperie.

Emilio Isgrò – per citare qualcuno – osserva che oggi “alcuni confondono l’arte con la comunicazione giornalistica e pubblicitaria. È chiaro che se uno fa il pubblicitario, deve farsi comprendere immediatamente. Ma l’artista deve comunicare altre cose. Cose che sì, arrivino al pubblico, ma che non si possono bruciare in pochi secondi, poiché necessitano di maggiore riflessione. La moda, il design, la pubblicità, tutto questo è comunicazione: ma l’arte in cosa differisce? Nell’arte c’è anche l’anima di chi la crea, il cuore, le gioie, i malesseri. L’artista deve comunicare soprattutto se stesso, la propria gioia, o la propria difficoltà di stare al mondo”. Non farsi esclusivamente comunicatore di istanze socio-politiche, per tornare ad Ai Weiwei.

A differenza della moda”, ha puntualizzato Marco Tonelli, “la creazione di un’opera d’arte (che può ovviamente entrare di diritto nel sistema della moda), e la riflessione critica che ne consegue, non dovrebbero essere fatte seguendo le stagioni o il mercato. Né solo in vista dell’allestimento di vetrine adatte per la vendita. Se l’arte si adeguasse all’intrattenimento e aspirasse ad essere tale, molto del suo valore si perderebbe”.

Caustica – e adatta a chiudere – l’ironia di Bruno Ceccobelli: “La nostra epoca sfarzosa è piena di suppellettili artistiche nefande e poco estetiche; i vari artefici del settore estetico, nei loro artefatti, hanno recepito solo un fattore da “estetiste”, che in definitiva appartiene alla decorazione. Insomma per me, in arte, deve primeggiare sempre un contenuto, un messaggio misterioso, sacro”.

archiviopierodorazio.it/

Massimo Mattioli

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