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Rinascimento italiano in Cina. Prolegomeni per un progetto interculturale

Il gesuita Matteo Ricci Il gesuita Matteo Ricci
Il gesuita Matteo Ricci
Il gesuita Matteo Ricci
Riflessione sulla nascita del Rinascimento e sulle sue connessioni con il pensiero confuciano orientale

Il museo cinese Zhejiang Art Museum, nella città di Hangzhou, ha nel cuore un sogno: quello di fare una grande mostra sul Rinascimento italiano. Rinascimento o Rinascenza sono due concetti propri italiani. Essi si riferiscono a quel tempo, quando, finito il Medio Evo, i concetti umanistici si riaffacciarono alla ribalta della cultura della Penisola italica e europea, perché Roma, la romanità NON fu solo Impero Romano di Occidente, ma anche Bisanzio/Costantinopoli. Roma è una stata civiltà piena che ha trattato ogni cosa come fa un vero impero, dai bolli laterizi sui mattoni, ai ponti, agli acquedotti (alcuni ancora in funzione!), alle strade fino alle arti e ai monumenti.

Roma non è stata mai un luogo “pacificato”, ma sempre impregnata di lotte, dall’età repubblicana fino alla fine di guerre civili, lotte di potere. Molti imperatori finirono uccisi addirittura da eredi e figli. Un popolo di Lupi che ha una lupa che allatta due fratellini come figli e infonde loro uno spirito, un sangue guerresco, è il simbolo perfetto di ROMA che solo al contrario si legge AMOR. Roma da cartolina. Roma ha un altro nome, Zaba, o Saba, si riferisce ai lupi. Al popolo dei lupi, branco di cacciatori nemici dei pastori etruschi e protoitalici. Del resto la Lupa che allatta Romolo e Remo rappresenta questo stato d’animo fratricida e sanguinario.

Ma la storia romana non termina con il Medio Evo e con le invasioni di barbari o con i saccheggi di Roma ben indagati dal Maestro Pedro G. Romero in Sobre el saco de Roma. Prosegue a Costantinopoli/Bisanzio fino al 1400, anno della caduta della città in mano ai musulmani. Da lì partirono a migliaia, architetti, pittori, decoratori intellettuali, che si diressero attraverso Venezia, Amalfi, Genova, e soprattutto Pisa (le antiche Repubbliche marinare) in quella Penisola italica che diventerà un giorno, molti secoli dopo, diventerà l’Italia, che conosciamo.

Essi portarono il Neoplatonismo, l’uomo, l’Uomo al centro, vedi Vitruvio e Leonardo da Vinci e tecniche costruttive romane dimenticate da secoli in Italia. Generando quello che si chiama Rinascimento. Inutile dire di Marco Polo precursore di viaggi medioevali in Cina. Fondamentali a tale proposito sono stati e restano gli studi del compianto Giorgio Muratore, storico dell’arte e dell’architettura di fama mondiale, che nel 1975 pubblicò La città rinascimentale attraverso i trattati. Tutto questo, non sarebbe mai potuto accadere se Confucio non avesse espresso, tra moltissimi concetti, un concetto utopico. 大同, Da Tong o datong…
età dell’oro.

Una delle più antiche testimonianze riguardo all’età dell’oro, al concetto stesso del datong, appare e risiede nel capitolo n. 6 del Libro dei Riti, uno dei Cinque Classici del confucianesimo. In esso si dice che “quando si seguiva la via della virtù, il mondo non era altro che una comunità” in cui, tra le altre cose, “si sceglievano [come leader] gli uomini di talento”, “gli uomini trattavano i genitori degli altri come i propri” e “non si conoscevano ladri né banditi e le porte esterne delle case erano sempre aperte”. “Era il periodo chiamato della Grande Unità”, qualcosa di platonico e che sa di Arcadia, segno che le idee non hanno confini nazionali.

 

Il gesuita Giuseppe Castiglione
Il gesuita Giuseppe Castiglione

A seguire nei decenni successivi, fondamentali ed eccezionali restano i contributi dei Gesuiti di Matteo Ricci e Giuseppe Castiglione (郎世寧T, 郎世宁S, Láng ShìníngP; Milano, 19 luglio 1688 – Pechino, 17 luglio 1766), un gesuita, missionario e pittore italiano centrale nella relazione tra Italia e Cina. Platone e Confucio hanno espresso una visione dello Stato, della società, fin troppo dettagliata… Entrambi conservarono anche una “visione di Utopia” che resta presente nelle opere e nelle conseguenze di quelli che a tali opere si sono ispirati per secoli.

Quando Tommaso Moro scriveva Utopìa (titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), un romanzo, un’opera di fantasia dell’umanista inglese Thomas More (italianizzato Tommaso Moro) pubblicato in latino nel 1516, a Roma (1690) si creava l’Accademia dell’Arcadia. Riprendeva temi Umanistici rinascimentali! Per questo si lega a doppio nodo con datong cinese.

L’Arcadia è stato un movimento culturale e letterario classicista sorto a Roma nel 1690 per contrastare gli eccessi del Barocco, promuovendo un ritorno alla semplicità, all’armonia e alla razionalità ispirate ai modelli classici (Teocrito, Virgilio) e alla natura idealizzata dell’antica Arcadia greca. Ebbe luogo nell’Accademia d’Arcadia, che riuniva intellettuali (come Gravina, Crescimbeni, Metastasio) i quali assumevano pseudonimi pastorali e si rifugiavano in un mondo idilliaco, immaginario mentre la Santa inquisizione bruciava “eretici”, creando una “Repubblica delle Lettere”, non un Regno o un Impero, bensì una Res-Publica. Lo facevano diffondendo un gusto poetico più sobrio e misurato.

Caratteristiche principali sono state:
Reazione al Barocco: Rifiuto dell’artificiosità, del concettismo e della “poetica della meraviglia” secentista, cercando chiarezza e buon gusto.
Ritorno ai Classici: Studio e imitazione dei poeti greci e latini, con un focus sulla poesia pastorale.
Ideale pastorale: Evocazione di un mondo idilliaco, semplice, incontaminato, simboleggiato dalla regione greca dell’Arcadia, dove pastori e poeti vivevano in armonia con la natura.
Stile: Poesia semplice, lineare, equilibrata, con uso misurato delle figure retoriche, in contrasto con gli eccessi barocchi.
Organizzazione: Fondazione dell’Accademia d’Arcadia a Roma (1690), con riunioni nel “Bosco Parrasio”, e creazione di “colonie” in tutta Italia per unire gli intellettuali.
Nomi e simboli: I membri adottavano nomi da pastori (es. “Tirsi Liverniano” per Crescimbeni) e usavano simboli come il flauto di Pan.
Figure chiave: Gian Vincenzo Gravina, Giovanni Mario Crescimbeni (fondatori), Ludovico Antonio Muratori, e soprattutto Pietro Metastasio, che riformò il melodramma privilegiando la poesia e il sentimento. Questo spirito in parte romano in parte cinese in parte greco antico in parte medievale formano uno spirito di poesia e di libertà.

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