25 Settembre 2026 23:59

Un’opera a settimana. “Ritratto in arancione” di Alfonso Leto

Alfonso Leto, “Ritratto in arancione”, 2018. Olio su ardesia, cm 120x90 (propr. dell'artista). Esposta e pubblicata in: Alfonso Leto, "Screen- pittura continua”, Casa del Mantegna, Mantova, a cura di Ilaria Bignotti e Enzo Fiammetta, ed. Fondazione Orestiadi, 2025
Alfonso Leto, “Ritratto in arancione”, 2018. Olio su ardesia, cm 120×90 (propr. dell’artista). Esposta e pubblicata in: Alfonso Leto, “Screen- pittura continua”, Casa del Mantegna, Mantova, a cura di Ilaria Bignotti e Enzo Fiammetta, ed. Fondazione Orestiadi, 2025
Se chiedessimo agli artisti di scegliere un’opera della loro produzione e raccontarcela, cosa accadrebbe? Con “Un’opera a settimana” vi proponiamo un format di iconografia e iconologia incentrato sulle più interessanti espressioni del contemporaneo. Protagonista di questo ventiduesimo appuntamento è Alfonso Leto

Una rubrica di iconografia e iconologia che mette al centro la creazione artistica contemporanea. È questo il focus di “Un’opera a settimana”, format di ArtsLife che invita gli artisti a scegliere un’opera della propria produzione, e a raccontarla ai lettori svelandone ispirazione, processo creativo, significati reconditi, aneddoti che solitamente non vengono rivelati. Una riflessione sull’arte attraverso l’arte, per un’indagine che aspira a carpire l’universale per mezzo del particolare. E, forse, a conoscere più da vicino gli artisti, spingendosi oltre l’“usuale” contesto delle mostre.

Alfonso Leto, Casa del Mantegna, Mantova, 2025
Alfonso Leto, Casa del Mantegna, Mantova, 2025

In questo appuntamento, Alfonso Leto ci racconta Ritratto in arancione.

La pittura su ardesia è una delle tecniche tra le più ardite e voluttuarie. L’uso non frequente di questa superficie minerale fu iniziato da Sebastiano del Piombo, e adottato da eccelsi artisti quali Tiziano, Bronzino, Rubens…

Ho di frequente usato l’ardesia in pittura, e con grande piacere esecutivo. Questa pesante lastra nera (dal 2015) inizialmente è rimasta, per tre anni, con un intervento pittorico incompiuto, limitato alla cornice floreale, e ciò in attesa che si rivelasse un senso.

Nell’aprile del 2018, quel vuoto festone vegetale, lasciato per troppo tempo alla sua inanità, mi chiede, con i suoi vibranti ultrasuoni, di “essere abitato”. Il dipinto si evolve rapidamente in tre lunghe stesure, in sole tre intense settimane di lavoro.

L’immagine dello Chadri afgano si è rivelata come un lampo, quasi medianicamente: il nero sordo dell’ardesia conchiuso in quel rettangolo floreale, ha catturato una presenza che è assenza, negazione dell’identità; un’icona che si fa aniconica, una figura che rimane confinata nei territori del figurabile senza mai varcarli, intrappolata nella sua struttura necrologica dell’ordito decorativo, finanche nell’intreccio di rovi (neri su nero) che alimentano l’horror vacui di tutto il dipinto. 

Questa forma incapsulata in un burqa, benché dipinta con dovizia gotico-cortese, qui è più riferita alle radici preislamiche (assire e bizantine) legate alla casta, prima che al terribile e lussuoso cilicio femminile strumento di dominio politico-religioso regressivo.

E pure già dal titolo (in espressa antitesi con se stesso), questo “ritratto in arancione” è la negazione di un ritratto: sfugge persino al proprio tema politico. Non è una “denuncia” ma una “rinuncia” al ritratto, per impossibilità di rivelare un sembiante, la rinuncia all’etica stessa della figurazione.

Ho scelto di raccontare quest’ opera perché rappresenta bene la mia ricorrente inclinazione a un uso esteticamente agnostico dello strumento pittorico: una condizione mentale che mi consente di “giacere” col nostro tempo tecnologico, ma non “soggiacere”.  L’ ostentazione decorativa (da antica fiaba persiana) tutta infiorescenze e frutti mischiati tra realtà e pura rêverie vegetale, è servita in questo caso per s-configurare una disputa attuale del nostro tempo, attraverso una pittura inattuale, che si tiene “ai margini”, per non scivolare nel baratro delle contese omologanti in cui tutto è impegno e niente sembra esserlo.

Leggi “Un’opera a settimana” su ArtsLife

1 – La Conversione di San Paolo di Marcello Maloberti
2 – 1943 di Jacopo Benassi
3 – Il fazzoletto della vera icona di Luigi Presicce
4 – LA NUBE di Eleonora Roaro
5 – Succubi e Supplizi di Francesco De Grandi
6 – Com’è il cielo in Palestina? di Giovanni Gaggia
7 – GESTI PLASTICI di Francesco Impellizzeri
8 – Ruinate di Elena Bellantoni
9 – Sorelle Acqua di Rachele Frison
10 – Arma il prossimo tuo come te stesso di Mario Consiglio
11 – L’amore è nell’aria di Bianco-Valente
12 – GIOVANNA di Ivana Pia Lorusso
13 – Opera senza data, senza titolo di Maura Banfo
14 – Trappola Calanco del Rio Tradito di Angelo Bellobono
15 – I just want to know who I am di Virginia Zanetti
16 – Resto dei MASBEDO
17 – Angela Paolini di Chiara Calore
18 – Manifestazione di Gian Maria Tosatti
19 – Come sta la luna? di Serena Fineschi
20 – The Bathhouse di Federico Solmi
21 – CRASH di Loredana Longo