
Un incarico, una mostra, una collaborazione. Oppure l’essersi trovati al posto giusto nel momento giusto, un incontro, un invito, una conversazione. Con il format “La svolta” chiediamo ai protagonisti del sistema dell’arte di raccontarci quando e come è partito tutto. In questo ventisettesimo appuntamento ci risponde Lorenzo Bruni, direttore di The Others Art Fair
Perseveranza, studio, coraggio, creatività e probabilmente anche un po’ di follia. Il mondo dell’arte, e soprattutto il suo sistema, è fatto di meccanismi spesso intricati. Una montagna russa affascinante dagli equilibri sempre in costante mutamento. Eppure, guardando alle carriere di chi del mondo dell’arte è protagonista, non pensiamo che artisti, curatori, direttori di fiere e di musei, esperti in comunicazione, critici e giornalisti, abbiano iniziato anche loro a muovere i primi passi, a maturare esperienze su esperienze, fino a quando è arrivato quel momento in cui hanno pensato: “questa è la mia volta buona”. Ed è quello che abbiamo deciso di farci raccontare, ponendo loro questa domanda: qual è stato il momento che ha segnato la svolta nella tua carriera?
Ci risponde Lorenzo Bruni, direttore di The Others Art Fair.
La risposta alla domanda sulla mia “svolta” ha sorpreso anche me. Infatti non ho pensato alle mie mostre internazionali degli anni Dieci, né agli incontri di fine anni Novanta — mentre studiavo all’Università di Siena con Enrico Crispolti e collaboravo alle prime edizioni di Tuscia Electa — con artisti come Mario e Marisa Merz, Nagasawa, Max Neuhaus, Rirkrit Tiravanija, Christian Jankowski, Pawel Althamer, Mario Airò. Né alle collaborazioni con Fabio Cavallucci, Harald Szeemann, Pier Luigi Tazzi, o al mio coinvolgimento totalizzante, dal 2000, con il collettivo dello spazio non profit Base / Progetti per l’arte. Tutti passaggi fondamentali, certo, ma riconducibili al registro delle occasioni cercate.
Il momento in cui ho invece messo a frutto tutte queste esperienze, individuando una mia personale attitudine e una voce rispetto all’attuale mondo digitale, è stato il progetto per il Comune di Firenze dal titolo Rotte Metropolitane 2005/2006, e che allora passò come un impegno minore perché locale e rivolto al mondo della formazione. Daniele Ciulini, allora responsabile dell’Ufficio Cultura, mi affidò una nuova edizione del progetto che, dopo le mostre curate da Tazzi, Scotini, Risaliti e altri, aveva già coinvolto i giovani artisti più attivi del periodo (Pettena, Ozzola, Lulaj, Consani, Simeone e altri).
Per questo il mio compito era particolarmente arduo, perché significava far emergere nuove energie e, soprattutto, ridefinire il ruolo dell’ufficio “Archivio Giovani Artisti”, che in quel momento appariva obsoleto. Ne fu prova l’assenza di risposte ai primi appelli ufficiali, dovuta da un lato alla sfiducia nel sistema dell’arte cittadino, privo di reali centri di riferimento, dall’altro alla percezione — forse inconscia — che l’archiviazione tradizionale su supporto cartaceo fosse ormai superata.
Come reagire a quella situazione?
L’idea, semplice e un po’ folle, fu di non realizzare una grande mostra con un tema calato dall’alto, ma di costruire una costellazione di micro-mostre ed eventi, riattivando luoghi pubblici e creando una nuova rete di relazioni; è così che per i dieci mesi successivi il SESV (spazio espositivo dell’Università di Architettura) ospitò tre collettive che coinvolsero una ventina di artisti con interventi site-specific, tra cui i giovanissimi Zoe Gruni, Eugenia Vanni, Enrico Vezzi, Francesca Banchelli, Jacopo Miliani, Leonora Bisagno.
Parallelamente, l’Accademia di Belle Arti di Firenze, SACI, Fondazione Marangoni e LABA divennero luoghi di confronto con le nuove generazioni e il loro possibile reclutamento — con il supporto di docenti come Granchi, Bimbi, Guarneri, Parisi, Guaita e molti altri —, ma anche sedi di mostre autonome e incontri con realtà e figure come Undo.net, Exibart, Cesare Pietroiusti, Alberto Garutti, Mario Gorni, Elena Volpato. Nacque un progetto diffuso in città.
Quella è stata la mia maturità. Ho compreso in quel momento – me ne rendo conto oggi – che il mio approccio tende alla interdisciplinarità, alla formazione dei pubblici e alla costruzione di piattaforme. La svolta non è stata mettere qualcosa in scena, ma imparare ad attivare contesti. Di quella intensa costellazione di incontri oggi non resta traccia online. Il tutto avveniva prima della diffusione di Facebook e YouTube. L’unica eredità vive nelle professionalità cresciute in quegli anni sul territorio toscano e in un libro edito da Maschietto nel 2006, che include anche una guida turistica alternativa: non le mete consuete, ma una friggitoria in via Palazzuolo per un flash mob, il Giardino dell’Orticoltura appena riaperto per un picnic collettivo, una visita pop al Museo della Specola — azioni curate insieme al nascente gruppo Arabeschi di Latte di Francesca Sarti, ufficializzato proprio da quel progetto.
Leggi “La svolta” su ArtsLife
1 – Massimo Minini
2 – Masbedo
3 – Adelaide Corbetta
4 – Fabio Cavallucci
5 – Silvia Giambrone
6 – Davide Ferri
7 – Gian Maria Tosatti
8 – Sarah Cosulich
9 – Alberto Dambruoso
10 – Fabio Sargentini
11 – Raffaella Cortese
12 – Nicola Ricciardi
13 – Paola Manfredi
14 – Maria Cristina Didero
15 – Paola Capata
16 – Roberto Gramiccia
17 – Sergio Risaliti
18 – Andrea Bruciati
19 – Francesco Arena
20 – Ilaria Bonacossa
21 – Irina Zucca Alessandrelli
22 – Lorenza Baroncelli
23 – Lorenzo Balbi
24 – Clementina Rizzi
25 – Ludovico Pratesi
26 – Umberto Croppi




