
Un incarico, una mostra, una collaborazione. Oppure l’essersi trovati al posto giusto nel momento giusto, un incontro, un invito, una conversazione. Con il format “La svolta” chiediamo ai protagonisti del sistema dell’arte di raccontarci quando e come è partito tutto. In questo trentacinquesimo appuntamento ci risponde l’etruscologo e archeologo Valentino Nizzo
Perseveranza, studio, coraggio, creatività e probabilmente anche un po’ di follia. Il mondo dell’arte, e soprattutto il suo sistema, è fatto di meccanismi spesso intricati. Una montagna russa affascinante dagli equilibri sempre in costante mutamento. Eppure, guardando alle carriere di chi del mondo dell’arte è protagonista, non pensiamo che artisti, curatori, direttori di fiere e di musei, esperti in comunicazione, critici e giornalisti, abbiano iniziato anche loro a muovere i primi passi, a maturare esperienze su esperienze, fino a quando è arrivato quel momento in cui hanno pensato: “questa è la mia volta buona”. Ed è quello che abbiamo deciso di farci raccontare, ponendo loro questa domanda: qual è stato il momento che ha segnato la svolta nella tua carriera?
Ci risponde Valentino Nizzo, etruscologo e archeologo, professore di Etruscologia e Antichità italiche presso l’Università L’Orientale di Napoli.
La mia svolta ha una data precisa: il 14 marzo 2015. Quel giorno, a Voghiera, inauguravamo il riallestimento della sezione archeologica del Museo civico di Belriguardo, che avevo curato come funzionario archeologo della Soprintendenza Archeologia dell’Emilia-Romagna. Era presente l’allora ministro Dario Franceschini.
Non arrivavo a quell’appuntamento da una scrivania, ma da anni di lavoro sul territorio: tutela, valorizzazione, ricerca, musei, didattica, emergenze. A Pilastri di Bondeno, dopo il terremoto del 2012, avevo contribuito a trasformare l’urgenza della ricostruzione in un progetto divenuto modello di quella che da allora sarebbe stata definita «archeologia partecipata», proprio a partire dallo Scavo della Terramara di Pilastri. Avevo capito che l’archeologia diventa davvero pubblica solo quando le persone non sono spettatrici, ma eredi consapevoli di un patrimonio che appartiene a tutti.
A Belriguardo cercai di tradurre quella convinzione in un messaggio per un ministro che si apprestava ad avviare una rivoluzione nella gestione del patrimonio culturale. Non volevo mostrare soltanto reperti, ma restituire relazioni tra oggetti apparentemente poveri e vite umane. Inserii alcuni rievocatori, mediatori in carne e ossa, perché aiutassero a colmare la distanza tra la materialità dei reperti e le storie delle persone che li avevano prodotti, usati, perduti, ritrovati.
Non pensavo che quel messaggio potesse avere esiti particolari. Invece venne ascoltato. Poco dopo il ministro mi chiamò a Roma, nella neonata Direzione generale Musei, per occuparmi di comunicazione, promozione e accessibilità del Sistema museale nazionale. Non conosceva le mie opinioni politiche, non c’erano appartenenze o quei «pericolosi» scambi di influenze che troppo spesso orientano, più o meno lecitamente, anche il nostro mondo: aveva riconosciuto l’efficacia di un’idea e del modo concreto di metterla in pratica.
Da lì sarebbero poi venuti il coordinamento delle Giornate Europee del Patrimonio, la promozione dei principi della Convenzione di Faro, la direzione del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia e, oggi, dopo un’ulteriore – non semplice – svolta, l’Università di Napoli L’Orientale. Ma il filo è rimasto lo stesso: comunicare per restituire consapevolezza; partecipare non come retorica, ma come metodo; fare archeologia non per accumulare cose, ma per unire persone al di là del tempo e dello spazio.
Da ultimo, in un piccolo comune dell’estremo tacco d’Italia, Patù, con il progetto DiscoVereto, ho portato avanti la stessa impostazione: uno scavo universitario sempre aperto alla comunità, alle scuole e ai cittadini, capace di tenere insieme ricerca, formazione, tutela e responsabilità pubblica. Forse la vera svolta fu capire che questa strada, praticata con ostinazione ovunque ho potuto, poteva diventare un principio generale di azione. E che, a volte, qualcuno può accorgersene.
Leggi “La svolta” su ArtsLife
1 – Massimo Minini
2 – Masbedo
3 – Adelaide Corbetta
4 – Fabio Cavallucci
5 – Silvia Giambrone
6 – Davide Ferri
7 – Gian Maria Tosatti
8 – Sarah Cosulich
9 – Alberto Dambruoso
10 – Fabio Sargentini
11 – Raffaella Cortese
12 – Nicola Ricciardi
13 – Paola Manfredi
14 – Maria Cristina Didero
15 – Paola Capata
16 – Roberto Gramiccia
17 – Sergio Risaliti
18 – Andrea Bruciati
19 – Francesco Arena
20 – Ilaria Bonacossa
21 – Irina Zucca Alessandrelli
22 – Lorenza Baroncelli
23 – Lorenzo Balbi
24 – Clementina Rizzi
25 – Ludovico Pratesi
26 – Umberto Croppi
27 – Lorenzo Bruni
28 – Daniele Capra
29 – Paola Ugolini
30 – Giorgio Galotti
31 – Antonio Marras
32 – Lorenzo Canova
33 – Massimiliano Zane
34 – Maria Bonmassar



